Muore di epatite C dopo una trasfusione: il caso riapre la paura. Può succedere ancora oggi?

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Alessandra Familari

Data articolo – 25 Marzo, 2026

La mano di un uomo mentre fa una trasfusione.

Una donna muore per epatite C a seguito di una trasfusione di sangue infetto. Oggi, il Ministero della Salute è stato condannato a un maxi risarcimento.  La morte è avvenuta nel 2018, ma la sentenza riaccende l’interesse per la questione. Cosa significa davvero questa notizia nell’attualità?

Vediamo i dettagli del caso, e cosa dice la scienza su epatite C e sicurezza delle trasfusioni di sangue oggi.

Muore di epatite C dopo una trasfusione: cosa è successo e perché se ne parla oggi

La vicenda riguarda una donna sottoposta a un intervento cardiochirurgico nel 1978, durante il quale ricevette diverse trasfusioni di sangue. Una delle sacche risultò infetta da virus dell’epatite C (HCV).


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Negli anni successivi, l’infezione ha avuto un decorso silenzioso ma progressivo, evolvendo in cirrosi epatica e, infine, in un tumore al fegato che ha portato al decesso nel 2018, all’età di 65 anni.

Oggi, nel 2026, il tribunale ha riconosciuto un nesso diretto tra quella trasfusione e la malattia, stabilendo un risarcimento di 1,5 milioni di euro per i familiari.

Dunque, la notizia è da considerarsi attuale, ma l’infezione risale a quasi 50 anni fa.

Il “sangue infetto”: cosa accadeva in Italia

Tra gli anni ’70 e ’90, l’Italia, come molti altri Paesi, ha attraversato una fase critica legata alla sicurezza delle trasfusioni.


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I controlli sul sangue non erano ancora sufficientemente avanzati, e questo ha portato alla trasmissione di virus attraverso le sacche utilizzate in ambito sanitario.

Vediamo i principali agenti coinvolti:

  • HIV
  • virus dell’epatite B; 
  • virus dell’epatite C. 

In quel contesto, migliaia di pazienti contrassero infezioni che, in molti casi, sono emerse clinicamente solo anni o decenni dopo.

Epatite C: sintomi e conseguenze nel tempo

L’epatite C è un’infezione virale che colpisce il fegato e che può rimanere a lungo senza sintomi evidenti.

Tra i segnali più comuni (quando presenti):

  • stanchezza persistente; 
  • nausea e perdita di appetito; 
  • dolore nella parte destra dell’addome; 
  • ittero (ingiallimento di pelle e occhi). 

Il problema principale è che, in molti casi, l’infezione diventa cronica e può evolvere nel tempo verso condizioni più gravi, come:

  • cirrosi epatica; 
  • insufficienza del fegato; 
  • epatocarcinoma (tumore del fegato). 

È proprio questa evoluzione lenta e silenziosa a spiegare perché casi come quello di oggi emergano a distanza di decenni.

Oggi le trasfusioni sono sicure? Cosa dice la scienza

La situazione attuale è radicalmente cambiata.

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Oggi ogni donazione di sangue viene sottoposta a controlli rigorosi, inclusi test avanzati per individuare eventuali infezioni virali anche in fase precoce.

In Italia, il sistema è coordinato dal Centro Nazionale Sangue, che garantisce standard elevati di sicurezza.

Uno studio pubblicato sulla rivista Transfusion ha evidenziato che, grazie all’introduzione dei test molecolari (NAT), il rischio di trasmissione di virus come HIV ed epatite C tramite trasfusione è stato ridotto a livelli estremamente bassi, stimati in pochi casi su milioni di unità trasfuse.

Dunque, oggi il rischio esiste solo a livello teorico ed è considerato “prossimo allo zero”.

Esistono ancora rischi?

Un rischio residuo, pur minimo, esiste. È legato principalmente a una fase molto precoce dell’infezione (detta “finestra sierologica”), in cui il virus può non essere ancora rilevabile.

Tuttavia, grazie alle tecnologie attuali e alla selezione dei donatori, si tratta di eventi estremamente rari.

Muore di epatite C dopo una trasfusione: perché emergono ancora casi oggi

Le notizie su “sangue infetto” che continuano a emergere non indicano nuovi contagi, ma rappresentano:

  • conseguenze di infezioni avvenute decenni fa; 
  • esiti tardivi di malattie a lunga evoluzione; 
  • sentenze giudiziarie che arrivano dopo anni. 

Trasfusioni e rischio di sangue infetto: cosa significa oggi?

Il caso riesuma una pagina importante di storia della sanità, che non riflette la situazione attuale, ma spinge a mantenere alta la cura e l’attenzione verso la sicurezza delle procedure potenzialmente a rischio.

Oggi, infatti, le trasfusioni sono tra le procedure mediche più controllate e, di conseguenza, sicure. La medicina trasfusionale ha fatto passi avanti enormi, riducendo quasi completamente i rischi infettivi.

La paura che si manifesta oggi origina dal passato, ma al presente possiamo dire che appartiene la sicurezza.

Bisogna inoltre sottolineare che, a differenza del passato, oggi le cure per l’epatite C sono gratuite ed accessibili per tutti in Italia. Cosa significa? 

Mentre un tempo solo determinati casi di infezione erano candidabili al trattamento nel nostro paese, oggi, a chiunque venga riscontrata una positività per HCV, viene proposto un trattamento farmacologico eradicante l’infezione.

FAQ: domande frequenti su trasfusioni di sangue infetto

Ecco alcune dormande frequenti su trasfusioni di sangue ed epatite C.

Si può contrarre l’epatite C con una trasfusione oggi?

Il rischio è estremamente basso, vicino allo zero, grazie ai controlli obbligatori su ogni donazione.

Quali controlli vengono fatti sul sangue donato?

Ogni sacca viene testata per virus come HIV, epatite B e C, utilizzando anche test molecolari molto sensibili.

Dopo quanto tempo si manifesta l’epatite C?

Può rimanere silente per anni o decenni, motivo per cui spesso viene diagnosticata tardivamente.


Fonti:

PubMed - Prevalence, incidence and residual risk of transfusion-transmitted hepatitis C virus and human immunodeficiency virus after the implementation of nucleic acid testing in Italy: a 7-year (2009–2015) survey


Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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