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Cosa fare (e non fare!) per proteggere il cervello

Redazione

Ultimo aggiornamento – 10 Luglio, 2019

Cosa fare (e non fare!) per proteggere il cervello

  


A cura di Chiara Finotti, giornalista Sintex srl.


Possiamo proteggere il nostro cervello? Il direttore d’orchestra che ci permette di realizzare, con le nostre piccole azioni di ogni giorno, una vera e propria sinfonia?

A questa domanda hanno prontamente risposto gli esperti presenti alla conferenza stampa organizzata a Milano dalla Società Italiana di Neurologia (SIN), in occasione della settimana Mondiale del cervello tenutosi a marzo.

Ad aprire i lavori è stata la proiezione dello spot: “Conosci il neurologo, proteggi il tuo cervello” che è stato trasmesso, nei giorni della settimana dedicata al cervello, sulle principali reti nazionali dalla Rai a La7, da Sky a Mediaset.

Protagonista indiscusso dello spot è il neurologo, l’unico specialista in grado di gestire le patologie neurologiche. Dal Presidente della SIN, Gianluigi Mancardi, arriva invece un forte monito ad adottare stili di vita sani e a non trascurare o sottovalutare sintomi che possono essere importanti campanelli d’allarme, spie di importanti disordini neurologici.

Una diagnosi precoce consente di intervenire in anticipo, mettendo in atto interventi terapeutici che consentono di limitare il rischio di peggioramenti importanti.

Nel corso della conferenza stampa sono stati evidenziati i fronti sui quali intervenire per una prevenzione efficace: alimentazione, sonno e attività fisica.

  

Alimentazione

Un’alimentazione sana ed equilibrata in grado di fornire il giusto apporto di macronutrienti e micronutrienti rappresenta un importante alleato nella prevenzione di patologie di tipo neurodegenerativo, cerebrovascolare e infiammatorio. In particolare, gli esperti hanno sottolineato il ruolo protettivo della dieta mediterranea, i cui effetti sulla neuro-degenerazione, sono da attribuire da un lato a un’azione anti-ossidante con rimozione dei radicali liberi e dall’altro alla riduzione dello stato infiammatorio.

La dieta mediterranea consente infatti di assumere micronutrienti (come folati, vitamine del complesso B, vitamina D, vitamina E), macronutrienti (acidi grassi polinsaturi come omega3 e omega6) e antiossidanti, come i polifenoli. Altre evidenze legate al ruolo preventivo dell’alimentazione riguardano un ridotto consumo di alcol, una limitata assunzione di latticini e un basso consumo di carni, soprattutto quelle rosse.

Sonno

Un altro fattore su cui è importante agire in termini di prevenzione è certamente il sonno. Il trattamento dei disturbi del sonno può avere effetto preventivo nell’insorgenza di patologie neurologiche.

Da anni studi scientifici hanno messo in evidenza come la mancanza di sonno abbia un impatto significativo sulla salute dell’individuo sia a breve che a lungo termine. A breve termine si manifestano disturbi della memoria, dell’apprendimento e deficit dell’attenzione.

Per quanto riguarda le conseguenze a lungo termine, un recente studio pubblicato su Nature ha dimostrato come la frammentazione
del sonno, causata da continui risvegli notturni, provochi negli animali da laboratorio la formazione di placche arteriosclerotiche che possono portare a fenomeni di natura ischemica ovvero uno squilibrio fra il fabbisogno di ossigeno dei tessuti cerebrali e l’apporto di ossigeno proveniente dal circolo sanguigno.

Gli esperti hanno sottolineato come, tra i disturbi del sonno, le apnee ostruttive tendono ad associarsi a un elevato rischio cardio-cerebro vascolare con aumentata possibilità di ictus ischemico. Quest’ultimo è un evento neurologico di natura vascolare dovuto al restringimento  dei vasi che portano il sangue al cervello.

La riduzione del lume del vaso, dovuta alla presenza di una placca arteriosclerotica, si traduce in un ridotto apporto di ossigeno ai tessuti cerebrali. Il trattamento e la corretta gestione dei suddetti disturbi riduce il rischio di eventi di questo tipo.

Attività fisica

Parlando di stili di vita sani, non è possibile trascurare il ruolo dell’attività fisica. In particolare, per quanto riguarda l’Alzheimer, la forma di demenza senile più diffusa, una recente revisione sistematica che ha preso in esame circa 100 studi ai quali hanno partecipato oltre 100.000 soggetti anziani, normali o con deficit cognitivi, ha confermato che l’attività fisica aerobica moderata, che equivale ad almeno tre ore la settimana per almeno 25 settimane consecutive, è in grado di migliorare le prestazioni cognitive, sia nei soggetti in salute sia in quelli con deficit cognitivi.

La malattia di Alzheimer rappresenta la più comune forma di demenza, una delle sfide sanitarie più grandi del nostro secolo. Nel mondo colpisce circa 40 milioni di persone e solo in Italia vi sono circa un milione di casi, che si manifestano, per la maggior parte, dopo i sessant’anni d’età.

Oltre gli 80 anni ne è affetto un anziano su quattro. Questi numeri sono destinati a crescere drammaticamente per il progressivo aumento della durata della vita, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.

Sempre parlando di Alzheimer, gli esperti hanno spiegato che all’origine della patologia vi è l’accumulo di una proteina chiamata beta-amiloide che distrugge le cellule nervose e i loro collegamenti. La proteina inizia ad accumularsi anche decenni prima delle manifestazioni cliniche della malattia, ed è possibile evidenziarla nel cervello dei pazienti grazie ad una tecnica, chiamata Tomografia a Emissione di Positroni (PET) con la somministrazione endovenosa di un tracciante che va a legarsi a tale proteina. E’ possibile inoltre valutare i livelli di beta amiloide nel liquido cerebrospinale mediante puntura lombare.

Queste tecniche permettono di stabilire il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer in soggetti con minimi deficit cognitivi. Ad oggi non esistono terapie in grado di frenare l’evolversi della malattia, è solo possibile attenuare i sintomi. Le più recenti strategie terapeutiche prevedono la rimozione dell’accumulo della proteina e ne riducono la produzione. Chi ha un’elevata scolarità presenta una maggiore capacità di reagire agli effetti del deposito di beta amiloide.

Nei soggetti che presentano alcuni campanelli d’allarme ma non hanno ancora la demenza è possibile intervenire, a fini preventivi, su alcuni fattori di rischio quali ipertensione, diabete, obesità, fumo e scarsa attività fisica. Un intervento su questi fattori consente di limitare notevolmente il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer e, più in generale, le demenze che solo in Italia colpiscono un milione di persone.

Gli esperti presenti hanno spiegato a cosa sia dovuto il ruolo protettivo dell’attività fisica: nei modelli animali si è visto come l’attività fisica aerobica permette al muscolo di produrre durante l’esercizio fisico il fattore neutrofico BDNF, in grado di ridurre la produzione, a livello cerebrale, della proteina beta amiloide e di stimolare la produzione di nuovi neuroni.

Non solo esercizio fisico ma anche mentale

Attività quali la lettura, lo studio di una nuova lingua o di uno strumento musicale o lo svolgere un’attività creativa che sia socialmente gratificante può contribuire a proteggere il nostro cervello e a ritardare la comparsa di demenza nei soggetti con iniziale declino cognitivo.

Attività di questo tipo stimolano infatti la formazione di nuove connessioni cerebrali che determinano quella che viene definita “riserva cognitiva” in grado di contrastare il danno recato ad alcuni circuiti cerebrali.

Come proteggere il cervello dai disturbi cerebrovascolari?

La beta-amiloide infatti si accumula anche attorno ai vasi sanguigni con rischio di danno alla circolazione cerebrale. Esistono fattori di
rischio che non sono modificabili come età, genetica, genere ed etnia così come fattori di rischio sui quali è possibile intervenire quali ipertensione, perdita di peso, fumo, sedentarietà. Pertanto è fondamentale informare correttamente la popolazione generale.

Il cittadino deve sapere di poter intervenire sui fattori di rischio per la salute del suo cervello. In particolare, agendo sulla perdita di peso in soggetti obesi e sul fumo si assiste a una riduzione rispettivamente del 19% e del 12% del rischio. Eliminando l’ipertensione il rischio di ictus diminuisce del 50%.

Come proteggere il cervello dalle malattie neuromuscolari?

In Italia il numero di pazienti affetto da malattie neuromuscolari varia da 80 mila a 100 mila individui. Nel 90% dei casi si tratta di
malattie rare. Per quanto riguarda le patologie neuromuscolari di tipo genetico, una volta identificato il difetto genetico primario, al paziente e alla famiglia viene offerta una consulenza clinica e/o genetica o di eseguire test prenatali in grado di predire il rischio di nascita di bimbi a loro volta malati.

Inoltre, la diagnosi precoce della malattia consente l’avvio precoce di un percorso diagnostico e terapeutico mirato che consenta di prevenire la progressione della malattia e quindi di evitare disabilità future e le complicanze extraneurologiche.

Il ruolo della prevenzione è fondamentale nel caso delle malattie neurologiche del sistema extrapiramidale come Parkinson, distonie e Corea di Huntington. Sono patologie che possono manifestarsi con un rallentamento dei movimenti o con movimenti del corpo di intensità eccessiva.

In questi contesti il ruolo dello specialista neurologo è fondamentale così come una diagnosi precoce della malattia. Negli ultimi 30 anni, ha preso piede una terapia innovativa basata sull’impiego della tossina botulinica. Un supporto alla terapia farmacologica arriva dall’alimentazione e dall’esercizio fisico.

Una dieta sana e ricca di fibre, vitamine e antiossidanti presenti in frutta e verdura e di grassi insaturi contenuti nell’olio d’oliva e una regolare attività fisica può andare a rafforzare l’effetto dei farmaci e rallentare la progressione della malattia.

A chiudere i lavori è stato Gianluigi Mancardi, Presidente della SIN, che ha sottolineato come per proteggere il nostro cervello al fine di prevenire patologie neurologiche siano necessarie strategie politiche che interessino la popolazione generale con azioni che aumentino la riserva cognitiva, come la scolarizzazione, che promuovano attività fisica, una sana alimentazione e il controllo dei fattori di rischio per le
malattie cerebro-vascolari.

Purtroppo non sempre la prevenzione funziona e il paziente può sviluppare comunquela patologia. In questo caso è fondamentale rivolgersi all’unico specialista in grado di gestire la situazione: il neurologo.


*L’articolo è tratto dalla rivista RESPIRO – numero, 2019.

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