Le piante producono più polline, lo producono prima e lo producono più a lungo. Il risultato? Milioni di persone che vivono con l'antistaminico nel cassetto, nella borsa, sul comodino.
Ma è davvero sicuro affidarsi agli antistaminici tutto l'anno? Esiste il rischio di un effetto rebound, quel fenomeno per cui il farmaco che dovrebbe alleviare i sintomi finisce per peggiorarli? E soprattutto: quali alternative abbiamo quando l'allergia smette di essere un'emergenza stagionale per diventare una compagna quotidiana?
Ne abbiamo parlato con il dottor Giuseppe Pingitore, allergologo e pediatra, per fare chiarezza su dubbi, timori e false credenze che ruotano attorno a una condizione sempre più diffusa.
In che modo i cambiamenti climatici stanno effettivamente prolungando la stagione dei pollini/graminacee?
I cambiamenti climatici influenzano la stagione pollinica attraverso vari meccanismi. Prima di tutto l’aumento delle temperature medie comporta inverni più miti e conseguente anticipo della fioritura delle piante arboree ed erbacee che producono pollini allergenici.
Le estati più calde e prolungate mantengono attive molte specie, ben oltre la tipica stagione primaverile, a volte fino a settembre-ottobre.
Un ruolo importante è svolto anche dall’aumento della CO₂ che agisce come una sorta di “fertilizzante” per molte specie allergeniche (graminacee, parietaria, ambrosia); di conseguenza le piante producono maggior quantità di polline.
Sì, esistono dati che confermano un aumento dei pazienti con sintomi persistenti tutto l’anno. Le reti aerobiologiche europee mostrano un allungamento medio della stagione pollinica di 20–30 giorni negli ultimi 20 anni.
In parallelo, gli ambulatori allergologici registrano un aumento di pazienti con rinite e congiuntivite quasi perenni, anche in soggetti che prima erano “stagionali puri”.
L’allungamento dei periodi di fioritura delle principali piante allergeniche comporta una sovrapposizione delle stagioni polliniche e, quindi, un maggior numero e tipologia di polline in atmosfera, col risultato di avere sintomi più intensi e prolungati.
L’inquinamento urbano (PM2.5, NO₂), inoltre, potenzia la risposta allergica e riduce la soglia di reattività.
Tutto ciò comporta, nella pratica clinica, un numero crescente di pazienti che riferiscono sintomi da febbraio a ottobre senza reali pause, un aumento dei casi di poli-sensibilizzazione e di richieste di terapie continuative.
Esiste davvero un rischio nell'assumere antistaminici quotidianamente/settimanalmente e/o per periodi molto lunghi?
Circa la domanda se sia rischioso assumere antistaminici tutti i giorni e per lunghi periodi, o addirittura per tutto l’anno, possiamo tranquillizzare coloro che ne fanno uso dicendo che gli antistaminici di seconda generazione (cetirizina, levocetirizina, loratadina, desloratadina, bilastina, fexofenadina) sono progettati per un uso prolungato, anche quotidiano, perché hanno un profilo di sicurezza molto favorevole, non attraversano in modo significativo la barriera emato-encefalica e, pertanto, non danno sedazione importante né effetti cardiaci rilevanti alle dosi consigliate.
Per questo motivo nelle linee guida internazionali vengono considerati farmaci di prima scelta anche per trattamenti continuativi nelle riniti persistenti o perenni.
L’assenza di rischio riguarda l’uso di molecole di seconda generazione, alle dosi raccomandate e in assenza di rilevanti patologie epatiche o renali.
Gli effetti collaterali più comuni (sonnolenza lieve, secchezza delle mucose) sono rari e tendono a stabilizzarsi nel tempo.
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Non esiste evidenza di danni d’organo o di “dipendenza” farmacologica: una minima cautela va osservata in gravidanza e in allattamento, dove è necessaria una valutazione caso per caso, e nei pazienti con grave insufficienza epatica o renale.
Esiste, tuttavia, una quota di pazienti che guarda con diffidenza e timore all’uso continuativo degli antistaminici: i motivi sono legati alla confusione perché con i vecchi antistaminici, di prima generazione, erano responsabili di marcata sedazione e senso di spossatezza e avevano importanti interazioni con altri farmaci.
L'effetto rebound cosa è ed esiste davvero con gli antistaminici orali oppure è un falso mito?
L’“effetto rebound” è un fenomeno per il quale, dopo la sospensione di un farmaco, i sintomi che si voleva controllare ritornano più intensi di prima.
Questo meccanismo è ben documentato per gli spray nasali decongestionanti (ossimetazolina, xilometazolina) e per alcuni farmaci neurologici o cardiovascolari.
Nel caso dei decongestionanti nasali, l’uso prolungato provoca vasodilatazione reattiva e congestione marcata appena si interrompe il farmaco.
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Con l’uso degli antistaminici, anche se prolungato, non esiste un effetto rebound in quanto gli antistaminici di seconda generazione non creano dipendenza, non alterano la fisiologia dei recettori H1 in modo da generare iper-reattività alla sospensione e non provocano peggioramento dei sintomi dopo l’interruzione.
Il “peggioramento”, a volte riferito dai pazienti alla sospensione dell’antistaminico, è dovuto alla ricomparsa dell’infiammazione allergica di base, in un periodo nel quale ancora è presente un’esposizione pollinica abbastanza elevata.
Allora, come riconoscere un vero “effetto rebound” (quello dei decongestionanti)? Con l’uso prolungato del decongestionante nasale si ha una congestione nasale severa appena si sospende lo spray e si crea la necessità di riutilizzarlo per respirare ma, comunque, si ha un peggioramento progressivo dei sintomi nel giro di pochi giorni; un quadro che non si osserva con gli antistaminici orali.
Qualora si verifichi un rebound da spray nasali occorre sospendere gradualmente il farmaco vasocostrittore/decongestionante, usare contemporaneamente spray nasale a base di cortisonici topici per controllare l’infiammazione e soluzioni saline per effettuare lavaggi nasali.
L’allergologo sarà lo specialista in grado di gestire correttamente la sospensione del farmaco decongestionante e la sostituzione con terapie altrettanto efficaci e con effetti collaterali minimi.
Ci sono strategie per ridurre la dipendenza dagli antistaminici?
Quando un paziente sente di non poterne rinunciare agli antistaminici significa quasi sempre che l’infiammazione allergica non è adeguatamente controllata, la stagione pollinica è ancora in atto a causa di un suo prolungamento, come già sottolineato in precedenza, oppure c’è una sovrapposizione di altri allergeni durante tutto l’anno.
Tuttavia, al fine di evitare l’uso continuo degli antistaminici, è opportuno ricorrere alla integrazione con altre terapie, che siano efficaci e prive di effetti collaterali.
Gli spray nasali cortisonici (e non quelli decongestionanti!) usati correttamente riducono l’infiammazione e permettono di diminuire gli antistaminici, sono farmaci sicuri e privi di effetti collaterali anche se usati per periodi lunghi.
Inoltre, il ricorso ai lavaggi nasali con soluzioni saline (isotoniche o ipertoniche) è di grande aiuto, sia per rimuovere le secrezioni che si formano nelle fosse nasali, sia gli allergeni respirati dal paziente.
Lo specialista allergologo ha il compito di insegnare al paziente affetto da rinite allergica come utilizzare correttamente i vari presidi farmacologici, dando la preferenza agli antistaminici nei periodi di “picco pollinico”, quando prevalgono i sintomi più legati all’istamina (prurito, secrezione nasale acquosa, sternuti a salve) e, invece, preferire i cortisonici nasali e i lavaggi quando il disturbo principale è l’ostruzione nasale.
Un aspetto da non trascurare, tra i compiti dell’allergologo, è quello di fornire consigli di “prevenzione” finalizzati ad insegnare come ridurre l’esposizione agli allergeni.
Ecco quelli stagionali:
- evitare passeggiate in campagna durante la fioritura dei pollini, preferire le passeggiate al mare;
- tenere le finestre chiuse di giorno e nelle giornate ventose;
- usare filtri antipolline nell’autovettura e pulirli regolarmente;
- viaggiare con i finestrini chiusi.
Nonché quelli perenni:
- usare coperture impermeabili agli acari per materasso e cuscino;
- controllare i livelli di umidità dell’ambiente domestico;
- lavare ad alta temperatura la biancheria del letto;
- non fare entrare eventuali animali domestici nelle camere da letto.
Utile, inoltre, evitare gli irritanti ambientali, come fumi, polveri inerti, profumi intensi.
Quando ci sono le condizioni ideali, compito che spetta sempre al medico specialista, si possono proporre trattamenti “più strutturati”, e tra questi il più importante è l’immunoterapia allergene specifica (diffusamente noto come “vaccino per l’allergia”).
Questa terapia è da consigliare quando esistono le seguenti condizioni:
- disturbi molto fastidiosi e abbastanza protratti che costringano il paziente ad un uso molto prolungato di farmaci;
- peggioramento della qualità di vita;
- un chiaro rapporto tra esposizione agli allergeni e la comparsa dei disturbi
- l’esistenza di uno stato di sensibilizzazione allergica (evidenziata con i test per le allergie, cutanei o su sangue)
In questi casi l’opzione più efficace è l’immunoterapia specifica (SLIT o SCIT, cioè somministrata per via sottocutanea o per via sublinguale), che riduce i sintomi, diminuisce il fabbisogno di farmaci e, soprattutto, modifica la storia naturale della malattia.