Il trauma cranico che contrasta gli effetti dello stress

Il trauma cranico che contrasta gli effetti dello stress

Che lo stress dei genitori venga trasmesso ai figli e addirittura anche ai nipoti è una cosa facilmente intuibile che la scienza conferma. Che un trauma cranico possa contrastare questa fastidiosa eredità è una scoperta dei ricercatori del Veterans Affair Medical Center di New York diretti dalla psichiatra Rachel Yehuda della Mount Sinai School of Medicine, una dei massimi esperti mondiali di PTSD, cioè post traumatic stress disorder, il disturbo post-traumatico da stress. Lo studio ha avuto come protagonisti i reduci delle guerre in Iraq e Afghanistan, è stato pubblicato su Biological Psychiatry, ed ha un risultato davvero interessante.

Cos’è il disturbo post-traumatico da stress?

Il PTSD è una sindrome che colpisce chi ha vissuto un trauma molto forte (stupri, violenze, gravi incidenti, ecc) che, anche dopo diverso tempo dall’avvenimento, continua a causare stress, panico e sensazioni di rivivere l’accaduto. I suoi sintomi sono pensieri intrusivi, flashback, deficit di memoria, insonnia e depressione. Ad essere maggiormente coinvolti da questi sintomi sono i giovani fino ai 25 anni e le donne.
La Yenuda ha scoperto che chi ha avuto un trauma cranico contemporaneo agli eventi del trauma, accusa sintomi con minore frequenza; risultato notevole visto che il PTSD è noto proprio per i suoi effetti a lungo termine che difficilmente è possibile attenuare.

Come si trasmette un trauma?

I sopravvissuti all’attacco alle Torri Gemelle sono particolarmente interessati da questo disturbo. Anche i loro figli, però, accusano questi problemi e sempre Rachel Yehuda ha dimostrato che anche i nipoti possono ricevere in eredità il disturbo dei loro nonni. Questo succede a causa dell’RNA, nel quale l’evento traumatico “inserisce” dei nuovi dati che possono essere trasmessi ad un figlio. A differenza del DNA, per il quale sono necessari anche millenni per inserire nuovi pezzi, basta un attentato terroristico o una violenza e l’RNA registra questa nuova informazione. E’ in questo modo che quindi essa viene trasmessa alla nuova generazione: è il meccanismo dell’epigenetica scoperto nel ‘900 dal biologo Ernest Everett Just.

La Yehuda ha fatto un passo avanti ed ha cercato le tracce di questo tratto epigenetico nei discendenti di chi aveva vissuto in prima persona il trauma. Nei nipoti dei sopravvissuti all’Olocausto, per esempio, la concentrazione di cortisolo è decisamente ridotta. Il cortisolo è l’ormone dello stress e aiuta il corpo a recuperare energia: ecco perché spesso causa il desiderio di alimenti calorici. Nelle donne che hanno vissuto la prigionia nei campi di concentramento, dove la quantità di cibo a disposizione era limitatissima, si sarebbe attivato epigeneticamente l’enzima che riduce il cortisolo e quindi anche il desiderio del cibo che non potevano avere. E’ sorprendente che la scarsezza di cortisolo si sia tramandata anche ai figli di queste donne e ai loro nipoti. Questi, infatti, rischiano di andare incontro a sindromi metaboliche o obesità, perché hanno un sistema di regolazione della fame che non funziona bene.

Le modificazioni epigenetiche, quindi, danno al nostro DNA un aspetto unico che ci rende capaci di rispondere a certi stimoli e a certe situazioni in un modo personale, funzionale al nostro codice genetico.

Quali sono gli effetti del trauma cranico?

Alterazioni del cortisolo sono state individuate anche nei reduci di guerra. In questo caso, però, un trauma cranico sembra invertire la rotta e opporsi alle variazioni di cortisolo riducendo gli effetti dello stress anche sulle variazioni epigenetiche. Per confermare la sua tesi, però, la Yehuda deve esaminare delle soldatesse e i loro eventuali figli: solo così sarà possibile capire e provare il meccanismo di trasmissione del trauma.
C’è un dato che comunque supporta la tesi della Yehuda: analizzando la concentrazione di cortisolo nelle urine di 122 soldati, si è notato che trauma cranico e stress agiscono in maniera contrastante. I risultati del test confermano appunto che il trauma cranico bilancia gli effetti di traumi come violenti bombardamenti. I ricercatori hanno quindi un nuovo parametro per studiare i pazienti affetti da PTSD, proprio quello del trauma cranico contemporaneo all’evento. Ovviamente questo genere di analisi non è efficace solo nei casi dei sopravvissuti a guerre o attacchi terroristici: anche chi ha un grave incidente stradale rischia di sviluppare PTSD: alcuni riescono a resistere ai suoi disturbi, e finora si pensava che dipendesse dalla resistenza epigenetica della persona coinvolta; adesso, spiega la Yehuda, potrebbe anche essere l’effetto di un trauma cranico contemporaneo all’incidente e si oppone agli effetti dello stress.

Se la Yehuda ha ragione, i trattamenti per la cura del PTSD potranno cambiare e diventare più efficaci per molti pazienti.

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