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Alzheimer, l’importanza di una diagnosi precoce

Ultimo aggiornamento – 20 settembre, 2017

Alzheimer: come si effettua la diagnosi
Indice

L’Alzheimer è la patologia più diffusa tra le varie forme di demenza, un disturbo tipicamente associato all’avanzare della terza età. Secondo i dati disponibili, al mondo si registrano 9,9 milioni di nuovi casi all’anno, uno ogni 3,2 secondi.

Non a caso si stima che siano colpite dal morbo di Alzheimer circa 50 milioni di persone, ma i numeri sono destinati a triplicare entro il 2050. In Italia, invece, si contano oltre un milione di malati.

Proprio il 21 settembre si celebra la Giornata Mondiale dell’Alzheimer. Ed è l’occasione giusta per fare chiarezza intorno a questa malattia.

Morbo di Alzheimer: cos’è

Il morbo di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa, caratterizzata dalla formazione di placche di proteina beta-amiloide e accumuli di proteina tau nel cervello. Questa combinazione di elementi è all’origine della progressiva morte di neuroni, con tutto ciò che consegue per il corpo e il cervello umano.

Purtroppo, i meccanismi che scatenano lo sviluppo della malattia non sono ancora del tutto chiari alla scienza. E una cura per l’Alzheimer ancora non esiste. Tuttavia sono in corso numerosi studi e ricerche in questo campo, per capire come rallentare il decorso di questa brutta malattia, che si configura come una delle principali forme di demenza nel mondo occidentale.

L’importanza della diagnosi precoce

È vero, una cura vera e propria ancora non esiste. Ma proprio perché eventuali opzioni terapeutiche – dai cambiamenti dello stile di vita ai trattamenti farmacologi – potrebbero intervenire sul decorso della patologia, tanto prima si è in grado di diagnosticarla, maggiori potrebbero essere i benefici per i pazienti.

All’emergere dei sintomi che caratterizzano il morbo di Alzheimer perdita della memoria a breve termine in primis – la diagnosi viene effettuata per esclusione. Prima di tutto, infatti, vengono eseguiti esami del sangue, tac e risonanze magnetiche, essenziali per escludere la presenza di altre malattie che possono presentare una sintomatologia simile.

Purtroppo, però, ancora non esistono esami così accurati (e disponibili per tutti!) che permettano di individuare con certezza la presenza della malattia di Alzheimer: la diagnosi, infatti, è il risultato di un attento esame clinico della persona, effettuato attraverso una dettagliata raccolta delle informazioni anamnestiche, un esame neurologico, la somministrazione di test cognitivi e di specifici esami di neuroimmagine.

Nonostante ciò, oggi è possibile riconoscere la malattia quando il disturbo della memoria è ancora molto lieve e per nulla disabilitante. Per farlo, ovviamente, sono necessari test specifici e spesso disponibili sono in centri altamente specializzati, tra cui ricordiamo:

  • Risonanza Magnetica ad alta definizione
  • Tomografia ad Emissione di Positroni con Fluorodesossiglucosio (FDG-PET)
  • Tomografia a Emissione di Positroni con tracciante per l’amiloide (Amyloid-PET)
  • Rachicentesi (puntura lombare) con dosaggio liquorale di beta amiloide e proteina tau

Il futuro della diagnosi precoce è l’intelligenza artificiale

Un studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di Fisica dell’Università degli studi di Bari e della locale sezione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ha svelato che in un futuro non molto lontano l’intelligenza artificiale – declinata come un algoritmo – permetterà di diagnosticare con 10 anni di anticipo l’insorgere dell’Alzheimer.

L’intelligenza artificiale — da quanto è emerso dallo studio pubblicato sulla rivista New Scientist — è riuscita infatti a distinguere un cervello sano da uno affetto da Alzheimer con un’accuratezza dell’86%. Non solo: l’algoritmo utilizzato è stato in grado di individuare le differenze tra cervelli sani e quelli con disabilità molto lievi, raggiungendo percentuali di riuscita prossime al 90%.

Lo studio è un grande passo avanti per la medicina. «Oggi le analisi del liquido cerebrospinale e le tecniche di medicina nucleare possono mostrare le placche e gli ammassi neurofibrillari che ricoprono il cervello e prevedere con relativa accuratezza chi è a rischio di ammalarsi di Alzhemier entro dieci anni — ha spiegato dr.ssa Marianna La Rocca a New Scientist — ma si tratta di metodi molto invasivi, costosi e disponibili solo nel centri altamente specializzati».

La tecnica sviluppata a Bari, dunque, una volta perfezionata e affinata, sarà più nettamente più semplice, nettamente meno invasiva e è più economica. Gli screening saranno sicuramente più capillari. A beneficio della qualità della vita di tutti quegli individui che incorrono nel morbo di Alzheimer.

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