L’ebola è un patogeno particolarmente insidioso. Dopo il contagio, che avviene attraverso il contatto con fluidi corporei infetti, il virus raggiunge rapidamente alcune cellule fondamentali del sistema immunitario. In una normale infezione, queste cellule aiutano l’organismo a costruire una risposta mirata contro l’agente invasore. Nel caso di Ebola, però, questa reazione viene rallentata o compromessa, lasciando al virus il tempo di diffondersi nell’organismo.
Secondo il virologo John Connor della Boston University, la risposta immunitaria adattativa, quella che dovrebbe portare alla completa eliminazione del virus, arriva spesso con forte ritardo. Nel frattempo Ebola si replica e raggiunge linfonodi, milza, fegato e reni, danneggiando progressivamente i tessuti.
Il patogeno infetta in modo mirato i macrofagi e le cellule dendritiche. Questa penetrazione iniziale blocca il rilascio degli interferoni di tipo I, impedendo la corretta attivazione dei linfociti e la successiva risposta anticorpale.
Quando la risposta del corpo diventa dannosa
Mentre il sistema immunitario fatica a produrre anticorpi efficaci, l’organismo percepisce comunque che qualcosa non va. A quel punto può attivarsi una risposta infiammatoria molto intensa, nota come tempesta di citochine.
Invece di colpire in modo preciso le cellule infette, questa reazione può provocare danni collaterali estesi e contribuire all’insufficienza di più organi.
Potrebbe interessarti anche:
- Ebola, cresce l’allarme internazionale: il CDC mobilita personale negli aeroporti USA
- L’OMS lancia l’allarme sull’Ebola in Congo: “Il contagio sta correndo più veloce della risposta sanitaria”
- Virus Ebola, l’emergenza OMS travolge anche il Mondiale
Nelle fasi più avanzate compaiono sintomi come vomito e diarrea. Alcuni pazienti possono perdere più di 7 litri di liquidi al giorno, una quantità enorme che mette rapidamente in crisi pressione sanguigna, circolazione e funzioni vitali. In certi casi anche i vasi sanguigni diventano più fragili e iniziano a perdere liquidi. Proprio questa combinazione di disidratazione, shock e danni agli organi è una delle ragioni per cui l’ebola può uccidere circa metà delle persone infettate.
Il virus danneggia direttamente le cellule endoteliali e stimola la sintesi del fattore tissutale. Questo meccanismo distrugge le giunzioni intercellulari, altera la permeabilità vascolare e innesca la coagulazione intravascolare disseminata (CID).
Le cure di supporto possono fare la differenza
Anche quando non esistono trattamenti approvati contro uno specifico ceppo di Ebola, la mortalità non è inevitabile. Le cure di supporto possono aumentare in modo significativo le possibilità di sopravvivenza. Significa reintegrare liquidi ed elettroliti, controllare la pressione, trattare eventuali infezioni secondarie e, nei casi più gravi, ricorrere a ventilazione o dialisi.
Il problema è che nei luoghi più colpiti dalle epidemie queste cure sono spesso difficili da garantire. Durante il grande focolaio in Africa occidentale del 2014, molti operatori dovevano assistere decine di pazienti in strutture con risorse limitate.
Lavorare con tute protettive, maschere, occhiali e doppi guanti riduceva il tempo disponibile accanto ai malati. Nei climi tropicali il surriscaldamento diventava un rischio concreto e gli operatori potevano restare nelle unità di trattamento solo per periodi molto brevi.
La sopravvivenza dipende anche dal luogo in cui si viene curati
Le differenze tra i sistemi sanitari possono cambiare radicalmente l’esito della malattia. Craig Spencer, medico statunitense che curò pazienti con Ebola in Guinea nel 2014 e poi si ammalò lui stesso al ritorno negli Stati Uniti, ha raccontato una disparità evidente: in Guinea seguiva contemporaneamente 30 o 40 pazienti, mentre a New York c’erano decine di operatori disponibili solo per lui.
Negli ospedali statunitensi, i pazienti possono essere monitorati con esami continui, ricevere terapie intensive avanzate e ottenere supporto immediato per reni, respirazione e circolazione.
Non a caso, delle 11 persone trattate per Ebola negli Stati Uniti, 9 sono sopravvissute, un risultato molto diverso rispetto all’epidemia dell’Africa occidentale del 2014, dove solo circa metà dei pazienti lasciò vive le cliniche di trattamento.
Perché l’attuale epidemia resta complessa
Dopo il 2014 sono stati sviluppati vaccini e trattamenti efficaci contro alcuni ceppi di Ebola, ma non tutti. Nell’epidemia attualmente in corso nella Repubblica Democratica del Congo circola una specie più rara, per la quale i vaccini e le terapie approvate per altri ceppi non sono ancora disponibili.
A complicare il quadro ci sono anche le condizioni di sicurezza nel nord-est del Paese, dove conflitti e instabilità rendono più difficile inviare squadre mediche e mantenere attive le strutture sanitarie.
Fermare Ebola, quindi, significa arrivare presto, isolare i casi, proteggere gli operatori, garantire liquidi, farmaci, attrezzature e fiducia nelle comunità locali. Senza questi elementi, anche una malattia non particolarmente contagiosa rispetto ad altri virus può diventare estremamente difficile da contenere.
Fonti:
NPR - How Ebola kills — and what it takes to stop it