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Coronavirus, Atalanta-Valencia e l’assurda velocità dei contagi: il punto di vista di uno specialista dall’Ospedale di Bergamo

Ultimo aggiornamento – 31 Marzo, 2020

Intervista sui ricoveri per Coronavirus

Intervista al dr. Luigi Da Pozzo, direttore del Dipartimento chirurgico e dell'Unità di Urologia della ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.


Una telefonata attenta, precisa, spinta dal desiderio, nonostante le centinaia di incessanti urgenze, di dare informazioni che possano ulteriormente segnare le scelte degli italiani, a cui si chiede di stare a casa.

Dall’altra parte del telefono il dr. Luigi da Pozzo, direttore del Dipartimento chirurgico e dell'Unità di Urologia della ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Siamo nell’occhio del ciclone qui”, così ci dice, rispondendo con gentilezza ad alcune delle domande che in queste ore non sembrano trovare mai risposte, come se il saperne di più fosse necessario per giustificare dentro di noi i tanti perché e, forse, trovare un po’ di tranquillità.

Ed ecco che partiamo con gli interrogativi.

L'emergenza è scoppiata all'improvviso e le immagini che ci giungono da Bergamo non lasciano spazio alle parole. Qual è stata la difficoltà più grande in Ospedale e in che modo è stato possibile riorganizzare il tutto? 

La risposta a questa domanda può apparire scontata. Che ci sia stata una grande difficoltà riorganizzativa è innegabile. La più grande difficoltà è stata quella di far fronte alla marea di pazienti, in progressivo e rapido aumento, tutti affetti dalla stessa patologia che è la polmonite interstiziale da Coronavirus

Questo ha richiesto all’Ospedale di Bergamo, che si occupa ovviamente di molte altre cose, di ricostituirsi immediatamente in un Ospedale Covid19. Ciò ha significato il fatto che non solo gli esperti, i pneumologi e i medici di malattie infettive e gli interventisti, siano stati coinvolti, ma medici di ogni specialità che si sono rapidamente dovuti riconvertire alla cura dei pazienti Covid19. Io sono un chirurgo, un urologo, eppure anche noi chirurghi seguiamo per il trattamento i pazienti colpiti. 

La più grande difficoltà è stata, dunque, convertire tutto rapidamente, ovviamente sulle disposizioni di chi di questa malattia ne sa di più, per la cura dei pazienti, facendo fronte al numero enor me di ricoveri. 

Qual è la cosa che più l'ha colpita, o forse meglio dire "stranita", di questo virus, rispetto a ciò che ha visto nei suoi anni di esperienza?

Facendo la premessa che sono un chirurgo e non un esperto di malattie infettive, ciò che più ha colpito tutti noi è la grandissima capacità di diffusione del virus, la sua estrema contagiosità da una persona all’altra. 

Chi l’ha vista sul campo lo riferisce come impressionante. Si diffonde in maniere subdola, perché la maggior parte delle persone colpite è asintomatica.   

Ribadendo l’asintomaticità e il rischio ignorato, in queste ore si parla tanto di Atalanta-Valencia, il match da cui potrebbe essere partito un gran numero di contagi: ritiene che situazioni del genere debbano essere evitate in futuro e, se sì, per quanto tempo? 

Non sono un epidemiologo, però facendo riferimento alla partita, è chiaro che si è verificato in quell’occasione ciò che non si doveva verificare, ovvero un affollamento di persone che provenivano da un territorio in cui è stato evidente solo a posteriori che ci fosse un focolaio. 

E’ ragionevole pensare che lì ci sia stata una diffusione del virus, ma non è stato quello l’evento scatenante, ma un amplificatore dell’infezione. Ricordo anche che la partita è avvenuta in un momento in cui di Covid19 si parlava con riferimento alla situazione cinese, ancora non erano stati presi provvedimenti di alcun genere in Europa. Ora sappiano che queste situazioni vanno evitate, ma mi sembra che tutti siano allineati. 

Tornando alla partita, credo che più grave sia stato il ritorno di Atalanta - Valencia, in Spagna, dove già in presenza di disposizioni restrittive, cioè la partita è stata tenuta in Spagna a porte chiuse, si è verificata comunque una grossa concentrazione di tifosi spagnoli al di fuori dello stadio. 

Quelle immagini hanno destato in me preoccupazione. 

Cosa prevede per il futuro, quando, secondo lei, potremmo tornare alla vita di sempre? La normalità non sarà più la stessa? 

Quando avverrà, dove avverrà e come dovrà essere condotto il ritorno alla normalità non è ancora chiaro. Certamente il ritorno sarà lento e graduale. 

Forse c’è un altro argomento da considerare e riguarda più l’aspetto sanitario: quando i nostri ospedali – concentrati sulla cura in acuto dei pazienti con  Coronavirus  – potranno tornare alle attività normali, ovvero a occuparsi delle altre patologie che, chiaramente, non sono andate in vacanza? 

Io mi auguro al più presto. Non dimentichiamo l’importanza dei nostri Ospedali pubblici.

Secondo alcune analisi e studi, potrebbero esserci nuove "ondate" in futuro: lo crede possibile?  

Mi sono confrontato in questi giorni con i miei colleghi epidemiologi infettivologi e nessuno può dirlo. E’ possibile, ma nessuno può dire quanto probabile. C’è stato questo evento e nessuno poteva pensarlo due mesi fa. Teoricamente, potremmo trovarci in situazioni simili, sebbene non abbia motivi per dirlo con chiarezza: non si può escludere che non possa ricapitare. 

Forse dovremmo fare tesoro di tutto ciò che è stato fatto adesso di giusto e di sbagliato per farci trovare, se possibile, ancora più preparati alla prossima crisi, che speriamo non avverrà mai. 

In queste settimane di emergenza gravissima, sono state notate, tra i centinaia di infettati, delle variazioni nella sintomatologia? Oggi è più difficile, secondo lei, inquadrare davvero i sintomi del virus per differenziarli da quelli di un comune malessere stagionale? 

Le cose sono restate come sempre sono state. Ritorno a dire che una grandissima quota di pazienti è asintomatica e tale resterà e questi sono stati i vettori principali del virus. 

In coloro che manifestano la malattia, invece, i sintomi il più delle volte sono veramente del tutto non distinguibili da altre patologie di stagione; infine, una quota di pazienti sviluppa la polmonite intestiziale, che è l’evento molto grave. 

I media hanno parlato della "necessità" di una scelta di chi salvare. Si tratta solo di paure e fake news? 

Le notizie così come sono state proposte dai media vanno chiarite. L’accesso a una terapia intensiva, dunque, a procedure rianimatorie, comporta da sempre dei criteri di selezione che, ovviamente, la situazione ha reso ancora più necessari. 

Ma non è stata una lotteria, non sono state scelte casuali. Sono scelte ragionate e basate su criteri assolutamente oggettivi. 

Quando ci si può considerare guariti, in assenza di tampone?  

Attualmente, per coloro che hanno fatto il tampone è la presenza di due tamponi negativi

Chi ha fatto la malattia senza saperlo, e non ha avuto accesso alla diagnosi, dovrà far passare un tempo ragionevole, prima di considerarsi guarito, di qualche settimana. 

L’esperienza ci dice che non si ha la negatività del tampone dalla manifestazione dei sintomi, anche leggeri, prima di un paio di settimane.

Concludendo, cosa sente di dire ai pazienti che ci stanno leggendo?

In questo momento, tenendo conto dei dati degli ultimi giorni, leggermente incoraggianti, è di stare a casa

Potrebbe essere presumibile che nei prossimi giorni vedremo un calare dell’incidenza della malattia. Attenzione, non sarà  quello il momento di abbassare la guardia. 

Stiamo a casa e manteniamo questo isolamento. Solo così ne usciremo.

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