Depressione, alcuni segnali potrebbero emergere dagli esami del sangue

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 08 Maggio, 2026

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Diagnosticare la depressione non è sempre semplice. I sintomi cambiano molto da persona a persona e, ancora oggi, gran parte della valutazione clinica si basa sul racconto del paziente e sull’osservazione dei comportamenti. Proprio per questo motivo, negli ultimi anni la ricerca scientifica sta cercando strumenti più oggettivi che possano aiutare medici e specialisti a riconoscere il disturbo in modo più rapido e accurato.

Un nuovo studio condotto negli Stati Uniti ha individuato un possibile collegamento tra alcuni segnali presenti nel sangue e determinate manifestazioni della depressione. La ricerca si è concentrata soprattutto su donne affette da HIV, una categoria particolarmente esposta al rischio di sviluppare disturbi depressivi, con tassi stimati tra 2 e 3 volte superiori rispetto alla popolazione generale.

Il ruolo delle cellule immunitarie

I ricercatori hanno analizzato campioni di sangue provenienti da 261 donne con HIV e 179 donne senza il virus. Parallelamente, attraverso questionari clinici, sono stati raccolti dati sui sintomi depressivi recentemente sperimentati dalle partecipanti.


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Dall’analisi è emersa un’associazione significativa tra alcuni sintomi psicologici della depressione — come la perdita di interesse, il senso di vuoto o la mancanza di speranza — e l’invecchiamento biologico di particolari cellule immunitarie chiamate monociti.

Secondo gli autori dello studio, questo risultato è interessante perché ribalta una convinzione piuttosto diffusa. Nelle persone con HIV, infatti, sintomi fisici come stanchezza o affaticamento vengono spesso attribuiti direttamente alla malattia cronica, mentre gli aspetti emotivi e cognitivi della depressione rischiano di passare in secondo piano.

Cos’è l’“orologio epigenetico” usato nello studio

Per valutare l’invecchiamento biologico dei monociti, il gruppo ha utilizzato un sistema chiamato MonoDNAmAge, una tecnica relativamente recente che misura alcuni cambiamenti molecolari nel DNA delle cellule immunitarie.

In pratica, questo metodo non considera soltanto l’età anagrafica di una persona, ma cerca di capire quanto velocemente il corpo stia effettivamente invecchiando a livello biologico. Lo fa osservando la metilazione del DNA, cioè particolari “marcatori” chimici presenti sulle cellule.

Lo studio suggerisce che i monociti possano offrire informazioni più precise rispetto ad altri sistemi già esistenti, come il cosiddetto Horvath clock, utilizzato da anni nella ricerca sull’invecchiamento biologico.

Non è ancora un test diagnostico, ma la direzione è chiara

Gli stessi ricercatori precisano che non si tratta ancora di un vero esame del sangue capace di diagnosticare automaticamente la depressione. Molti sintomi, infatti, non hanno mostrato collegamenti diretti con i marcatori biologici osservati.

Tuttavia, il lavoro apre una strada importante. L’idea che alcuni aspetti della depressione possano lasciare tracce misurabili nel sangue rafforza il concetto di una salute mentale sempre più legata a processi biologici concreti e osservabili.

Gli autori sottolineano anche un altro elemento centrale: la depressione non si manifesta allo stesso modo in tutti i pazienti. Alcune persone mostrano sintomi fisici evidenti, altre soprattutto cambiamenti emotivi o cognitivi. Per questo motivo, affidarsi esclusivamente ai criteri tradizionali può rendere più difficile riconoscere i casi meno evidenti.

Perché una diagnosi precoce è importante

Intervenire prima può fare una grande differenza. Una depressione non trattata tende infatti ad aggravarsi nel tempo e può aumentare il rischio di altri problemi di salute, oltre a incidere sulla qualità della vita e sulla mortalità precoce.

Secondo i ricercatori, integrare l’esperienza soggettiva del paziente con strumenti biologici più precisi potrebbe rappresentare il futuro della psichiatria. Non per sostituire il colloquio clinico, ma per renderlo più accurato e meno dipendente esclusivamente dai sintomi raccontati.

Verso una medicina mentale più personalizzata

Lo studio aggiunge un ulteriore tassello alla crescente attenzione verso il rapporto tra infiammazione, sistema immunitario e salute mentale. Già altre ricerche avevano mostrato che l’età biologica del corpo può essere collegata ai disturbi depressivi.

Ora, l’osservazione dei monociti sembra offrire una prospettiva ancora più specifica. Gli studiosi ritengono che in futuro questi marcatori potrebbero aiutare a monitorare l’evoluzione della malattia oppure a scegliere trattamenti più mirati.

Per il momento si tratta di risultati preliminari, ma la depressione potrebbe lasciare segnali biologici molto più concreti di quanto si pensasse fino a pochi anni fa.

FONTI: 

ScienceAlert - Some Signs of Depression May Show Up in Blood, Study Finds

The Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences - Monocyte Epigenetic Age Acceleration is Linked to Non-Somatic Depressive Symptoms in Women with and Without HIV

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.