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La dieta giapponese sta sfidando la mediterranea. Chi vincerà?

Redazione

Ultimo aggiornamento – 10 Ottobre, 2019

La dieta giapponese sta sfidando la mediterranea. Chi vincerà?

Estrogeni deboli e pochi grassi saturi. Sono queste le particolarità che rendono l’alimentazione giapponese un valido concorrente alla nostra cara dieta mediterranea, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione di molte patologie.

Sono i dati a darne conferma. L’aspettativa di vita è di 79 anni per la dieta mediterranea e di 85 per quella giapponese. Sarà un caso che la persona più anziana del mondo, Kane Tanaka, sia proprio originaria del Giappone? Forse no.

Quindi? Dovremmo modificare la nostra dieta e abituarci a mangiare cibo made in Japan? Cerchiamo di capirne di più.

Dieta giapponese Vs Dieta mediterranea: chi vincerà?

La partita per il Giappone non è ancora vinta, però. Se infatti analizziamo i tassi di riduzione del rischio di alcune malattie emerge che i due stili alimentari –  mediterraneo e giapponese – se la giocano testa a testa. Solo a titolo di esempio, la riduzione del rischio di:

  • Ictus è del 25% con la dieta mediterranea e del 22% con quella giapponese
  • Tumore del 35% con la mediterranea e del 27% con la giapponese
  • Morbo di Parkinson del 46% con mediterranea e del 50% con la giapponese

I dati sono oltremodo incoraggianti. E anche l’Unesco ne ha dato conferma inserendo entrambe le diete nel cosiddetto patrimonio immateriale dell’umanità.

Il caso del tumore alla prostata

Ma è la riduzione del rischio di tumore alla prostata che dà una marcia in più alla dieta giapponese.

Desterà sorpresa, ma è la scienza a dirlo. Secondo uno studio dei ricercatori del Children’s Hospital Medical Center di Cincinnati, poi pubblicato sulla rivista Biology and Reproduction, i benefici della dieta giapponese nella prevenzione del cancro della prostata sono da additare alla produzione di una molecola chiamata Equol, prodotta dall’intestino nel momento in cui viene digerita la soia – sempre presente sulle tavole nipponiche.

Questa particolare molecola sarebbe infatti capace di bloccare l’azione del DHT, un ormone maschile strettamente connesso all’ipertrofia prostatica e al tumore alla prostata. Non solo. Gli esperti del dipartimento di Epidemiologia della Columbia University hanno anche suggerito a più riprese la dieta del Sol Levante – povera di grassi – anche dopo la diagnosi di cancro, poiché potrebbe influire positivamente sul decorso della malattia stessa.

Cosa rende la dieta giapponese così “efficace”

Sono due i motivi che rendono la cucina made in Japan così efficace in ottica preventiva.

Innanzitutto, i suoi cibi principi (tofu, edamame, germogli di soia) si caratterizzano per la presenza di estrogeni deboli, dunque di sostanze di derivazione naturale con una debole attività estrogenica. Sembrerebbe, infatti, che l’assunzione fin dalla prima infanzia di questi cibi generi un’azione protettiva sul tumore della prostata.

In secondo luogo, è molto povera di grassi saturi, oltremodo dannosi per la salute in generale, essendo responsabili dell’aumento del colesterolo – dunque di varie complicanze di tipo cardiovascolare.

Non sono da sottovalutare nemmeno gli alimenti vegetali, sebbene anche le nostre tavole ne siano imbandite. Mentre noi consumiamo da sempre frutta, verdura, pane, pasta, lenticchie, ceci, fagioli e olio extravergine di oliva, i giapponesi vanno ghiotti di riso, alghe e radici, soia e spezie. Ciò equivale a una presenza di fibre, acidi grassi mono e poli-insaturi, sali minerali e un’elevata quantità di sostanze antiossidanti. Dunque? Protezione contro i processi infiammatori, invecchiamento cellulare, malattie metabolico-croniche e forme tumorali.

Quindi, chi si aggiudica il primo posto nella competizione: dieta mediterranea o dieta giapponese? Gli esperti sono concordi. Entrambe sono sane, poiché tradizionali, dunque basate su uno stretto legame tra la cultura, le materie prime e le abitudini alimentari delle popolazioni.

Attenzione, però. Se qualcuno di voi stesse pensando di cambiare dieta, non fatelo. I benefici non sarebbero gli stessi, perché non rientra nel nostro patrimonio genetico che determina la risposta di ciascun individuo ai nutrienti.

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