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Hiv: per sopravvivere evolve in forme meno aggressive

Andrea Salvadori | Blogger

Ultimo aggiornamento – 22 Dicembre, 2014

Hiv: per sopravvivere evolve in forme meno aggressive

Secondo un recente studio dell’università di Oxford, il virus dell’HIV sta progressivamente perdendo parte della sua iniziale aggressività, rendendo più lunghi i tempi di sviluppo dell’AIDS.

Il punto di partenza

Siamo naturalmente portati a pensare che più i patogeni sono aggressivi, più sono letali e, infatti, il rischio di trasmissione dell’HIV è tanto più alto quanto più la persona infetta è ricca di virus nel proprio corpo, quindi quando non è in terapia perché magari non sa di avere il virus. Pur tuttavia, i ceppi più virulenti hanno anche maggiore probabilità di uccidere l’organismo in cui si sono insediati (Host) prima di avere la possibilità di trasferire il virus a qualcun altro.

E’ dunque opinione comune che per adattarsi al nostro sistema immunitario, grazie alla cura con i farmaci antivirali, gli agenti patogeni evolveranno verso una forma più lieve che permetterà loro di non uccidere l’ospite e poter quindi essere trasmessi con più probabilità.

Lo studio

A conferma di questa teoria, gli scienziati inglesi, guidati dal professor Philip Goulder, hanno esaminato oltre 2.000 donne in Botswana che, poco prima del Sud Africa, paese anche analizzato nell’indagine, è stato colpito dalla malattia. Dai test effettuati è emerso che in Botswana la capacità del virus di replicarsi è inferiore a quanto accade in Sud Africa, e il tempo di sviluppo della malattia è passato da 10 a 12,5 anni. Questo è sorprendente perché significa che il virus, col tempo, rallenta la sua capacità di sviluppare l’AIDS.

Cosa sta accadendo?

Secondo Goulder, il virus sta evolvendo velocemente e riducendo la sua aggressività grazie soprattutto ai farmaci antivirali.
Quando il virus deve combattere contro un sistema immunitario efficiente, sostenuto dalla terapia, è costretto a mutare per contrastarlo e sopravvivere.
Ma la mutazione prevede un costo: la riduzione della sua stessa capacità replicativa.

Sebbene lo studio sia incoraggiante, alcune considerazioni sono d’obbligo:

  • ha esaminato solo due Paesi e potrebbe non essere valido in altre realtà;
  • non ci dice che ceppi meno aggressivi del virus non siano in grado di causare l’AIDS, né quanto tempo servirà su larga scala per ottenere risultati definitivi, soprattutto in aree in cui le terapie non sono ancora disponibili.
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