Tra il 2002 e il 2023, l’incidenza del diabete tipo 2 tra i 10 e i 19 anni è passata da 2,37 a 22,30 casi ogni 100 mila giovani. I nuovi dati, raccolti dal Colorado Diabetes Registry e presentati in vista del congresso EASD di Milano, mostrano una crescita accelerata soprattutto nell’ultimo decennio.
Quasi dieci volte più casi tra gli adolescenti
Il dato colpisce soprattutto per la velocità del cambiamento. Nel periodo 2002/2023, il registro del Colorado ha identificato 1.560 nuovi casi di diabete tipo 2 tra i giovani di 10/19 anni. L’incidenza è salita da 2,37 a 22,30 casi ogni 100 mila persone, con un aumento medio annuo del 3,8%. Ma la curva non è stata uniforme.
Tra il 2002 e il 2013 la crescita annua è stata del 2,92%; dal 2014 al 2023 è arrivata al 4,72% l’anno. Lo studio sarà presentato al congresso annuale della European Association for the Study of Diabetes (EASD), in programma a Milano dal 28 settembre al 2 ottobre 2026. Al momento, però, non si tratta ancora di un articolo pubblicato su una rivista scientifica: l'abstract riguarda la presentazione orale 0049 e il lavoro non è stato ancora sottoposto a una rivista medica.
È una distinzione editoriale tutt’altro che secondaria. Il dato è recente e rilevante, ma va letto per quello che è: un'analisi epidemiologica presentata a un congresso, non ancora una pubblicazione sottoposta a peer review.
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Il confronto con il diabete tipo 1 rende il quadro ancora più interessante. Nello stesso periodo, in Colorado, l’incidenza del tipo 1 nei giovani sotto i 20 anni è passata da 25,07 a 27,39 casi ogni 100 mila. La crescita, quindi, è stata molto più contenuta.
Perché il diabete tipo 2 compare sempre prima
Il diabete tipo 2 non nasce da un singolo comportamento. È il risultato dell'interazione tra predisposizione genetica, caratteristiche metaboliche, ambiente e condizioni di vita.
Uno dei meccanismi centrali è l'insulino-resistenza: le cellule rispondono meno efficacemente all'insulina e il pancreas deve produrne di più per mantenere la glicemia entro livelli normali. È come se l'ormone avesse bisogno di bussare sempre più forte alla stessa porta. Per un certo periodo il pancreas riesce a compensare; con il tempo, però, questa capacità può ridursi.
Nei bambini e negli adolescenti il problema si intreccia spesso con l'eccesso di peso e con la sedentarietà, ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. Una revisione pubblicata su Nature Reviews Nephrology ha individuato tra i fattori associati all'aumento del diabete tipo 2 a esordio giovanile anche l'esposizione intrauterina al diabete, i determinanti sociali, l'accesso a cibi salutari e alle opportunità di attività fisica e alcuni fattori ambientali.
La ricerca più recente conferma inoltre che non si tratta soltanto di un fenomeno confinato al Colorado. Uno studio di Michael Fang, Yunwen Xu, Elizabeth Selvin e Jung-Im Shin, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2026, ha analizzato i dati sanitari di oltre 18,2 milioni di giovani statunitensi di età inferiore ai 20 anni. Tra il 2013 e il 2024 la prevalenza del diabete tipo 2 è passata da 0,73 a 1,24 casi ogni 1.000 giovani.
Una diagnosi a 15 anni cambia il significato della malattia
Il problema non riguarda soltanto il numero delle diagnosi. Conta anche quando arrivano.
Un adolescente che sviluppa il diabete tipo 2 a 14 o 15 anni può convivere con la malattia per decenni. L'esposizione prolungata alla glicemia elevata aumenta il tempo durante il quale possono svilupparsi complicanze a carico di reni, occhi, nervi e sistema cardiovascolare.
La revisione internazionale coordinata da Petter Bjornstad e pubblicata su Nature Reviews Nephrology descrive infatti il diabete tipo 2 a esordio giovanile come una forma caratterizzata spesso da una progressione metabolica più rapida rispetto alla malattia che compare nell'età adulta. La funzione delle cellule beta del pancreas, quelle che producono insulina, può deteriorarsi più rapidamente.
Non è soltanto una questione di glicemia. Nei giovani con diabete tipo 2 possono comparire relativamente presto anche alterazioni renali, come l'albuminuria, cioè la presenza di quantità anomale di albumina nelle urine, un possibile segnale di danno renale.
A conti fatti, dunque, una diagnosi precoce modifica l'intero orizzonte della malattia. Non significa che ogni adolescente svilupperà complicanze, ma che il tempo di esposizione diventa una variabile sanitaria da non trascurare.
Anche riconoscere il tipo di diabete può essere difficile
C'è poi un problema meno intuitivo. In un adolescente con glicemia elevata, distinguere immediatamente tra diabete tipo 1 e tipo 2 non è sempre semplice.
L'aumento dell'obesità infantile ha infatti reso meno netta la distinzione clinica tradizionale. Un ragazzo con un indice di massa corporea elevato può avere diabete tipo 1, mentre un adolescente normopeso può sviluppare una forma di tipo 2.
Per questo la diagnosi non dovrebbe basarsi soltanto sull'aspetto fisico. Nel comunicato relativo allo studio del Colorado, Tessa Crume sottolinea la necessità di ricorrere a autoanticorpi specifici per individuare il processo autoimmune tipico del diabete tipo 1 e a valutazioni metaboliche utili a riconoscere l'insulino-resistenza. La distinzione ha conseguenze dirette sulla terapia.
Il dettaglio tecnico conta. Gli autoanticorpi sono, in pratica, una sorta di traccia biologica che aiuta a capire se il sistema immunitario sta attaccando le cellule pancreatiche.
Il peso, però, non racconta tutta la storia
Attribuire l'aumento dei casi esclusivamente all'obesità infantile sarebbe una semplificazione.
Va detto che l'eccesso di peso rappresenta un importante fattore di rischio e che la crescita dell'obesità pediatrica ha accompagnato l'aumento del diabete tipo 2 giovanile. Ma gli studi descrivono una rete di fattori molto più ampia, che comprende predisposizione familiare, condizioni socioeconomiche, ambiente alimentare e possibilità concrete di svolgere attività fisica.
Anche il dato del Colorado va interpretato con prudenza. È un'analisi condotta in un singolo Stato americano e, pur utilizzando un registro di popolazione seguito dal 2002, non permette da sola di stabilire quanto la stessa dinamica riguardi ogni Paese o ogni gruppo sociale.
Il confronto con i dati nazionali statunitensi rende comunque difficile considerare l'aumento come una semplice anomalia locale. Lo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha osservato una crescita della prevalenza in diversi sottogruppi della popolazione giovanile, con valori particolarmente elevati tra i 15/19enni, le ragazze e i giovani neri non ispanici o ispanici.
Eppure resta una cautela necessaria: prevalenza e incidenza non sono la stessa cosa. La prima misura quante persone convivono con la malattia in una popolazione; la seconda misura la comparsa di nuovi casi. Confonderle può far sembrare omogenei fenomeni epidemiologici differenti.
Prevenzione: non soltanto una questione individuale
La risposta non può essere affidata soltanto al comportamento del singolo adolescente.
Le indicazioni scientifiche puntano piuttosto sulla costruzione di ambienti che rendano più accessibili alimentazione equilibrata e movimento quotidiano. Scuola, famiglia, servizi sanitari e territorio entrano così nella stessa equazione.
Per un ragazzo, per esempio, non è la stessa cosa poter camminare o praticare sport in sicurezza ogni giorno oppure vivere in un quartiere dove gli spostamenti richiedono sempre un'auto. Allo stesso modo, la disponibilità di pasti equilibrati a scuola e l'accesso economico agli alimenti freschi possono modificare le possibilità concrete di una famiglia.
La revisione di Bjornstad e colleghi richiama proprio questo intreccio tra fattori metabolici e determinanti sociali.
Prevenire, quindi, non significa mettere un adolescente sotto osservazione continua o trasformare il peso corporeo nel principale indicatore di salute. Significa intervenire prima che l'alterazione metabolica diventi una diagnosi, senza trasformare la prevenzione in colpevolizzazione.
Cosa raccontano davvero questi numeri
Il dato più significativo non è soltanto quel passaggio da 2,37 a 22,30 casi ogni 100 mila. È la direzione della curva.
In Colorado, il diabete tipo 2 tra gli adolescenti è aumentato quasi dieci volte in poco più di vent'anni e la crescita è risultata più rapida nell'ultimo decennio analizzato. Negli Stati Uniti, dati nazionali indipendenti mostrano a loro volta un aumento della prevalenza tra i giovani.
La questione, però, è un'altra: quanto presto intervenire e come farlo senza ridurre una malattia complessa alla sola dimensione dello stile di vita.
La risposta passerà probabilmente da diagnosi più accurate, strategie preventive rivolte all'intera popolazione e trattamenti adeguati all'età. Perché il diabete tipo 2 diagnosticato durante l'adolescenza non è semplicemente la stessa malattia dell'adulto arrivata qualche anno prima: ha un decorso, un'esposizione temporale e bisogni assistenziali che possono essere diversi.
E i prossimi dati, soprattutto quelli provenienti da registri di popolazione e studi prospettici, diranno quanto questa trasformazione sia destinata a proseguire.
Fonti:
- EurekAlert – Study shows snapshot of explosion of young people aged under 20 years developing type 2 diabetes
- Nature Reviews Nephrology – Youth-onset type 2 diabetes mellitus: an urgent challenge
- The News England Journal of Medicine – Trends in Youth-Onset Type 2 Diabetes, 2013–2024