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Il legame tra colesterolo e tumore al seno

Ultimo aggiornamento – 14 aprile, 2020

Colesterolo e Tumore al Seno: il Legame
Indice

In collaborazione con sanita_informazione


A cura del  Comitato Scientifico AIDM.


Che il colesterolo non vada sottovalutato è cosa ben nota. Ma avete mai pensato a un possibile legame con una delle neoplasie più pericolose per le donne (e non solo)? Le Specialiste dell’Associazione Italiana Donne Medico ci spiegano qual è il legame tra tumore al seno, colesterolo e diabete.

Il colesterolo rappresenta un fattore di rischio per i tumori (incluso quello al seno), secondo alcuni studi: ma come è possibile?

Numerosi studi hanno correlato la presenza di colesterolo in eccesso, in particolare per le lipoproteine a bassa densità (LDL), con un maggiore rischio di crescita tumorale: è noto, infatti, come il colesterolo rappresenti il principale costituente delle membrane cellulari epiteliali, non solo nei tessuti fisiologici (pelle, cellule nervose, mammella), ma anche in quelli patologici costituenti le lesioni tumorali.

Nelle neoplasie, infatti, le cellule in crescita e/o replicazione, stimolate dall’attività del fattore di crescita epidermico (EGFR), sono estremamente avide di zuccheri semplici e di acidi grassi, al fine di produrre energia a livello cellulare in diverse condizioni fisiopatologiche.

Uno studio del 2015 di Haskins J. W. et al. ha evidenziato che l’attivazione mediata dalla neuregulina1 (NRG1), stimolando alcuni recettori per l’EGFR, migliora l’espressione del recettore necessario per assorbire le lipoproteine a bassa densità (LDL) e stimola i geni coinvolti nella biosintesi del colesterolo anche nell’epitelio mammario in coltura cellulare, determinando quindi un effetto pro-attivo sulla crescita tumorale.

L’uso delle statine rappresenta un’arma di prevenzione del cancro al seno: perché?

Essendo il colesterolo un potenziale fattore di rischio per neoplasia mammaria, qualsiasi molecola che sia utile a ridurne la quantità circolante potrebbe teoricamente avere effetti limitanti la crescita tumorale e il rischio di recidiva (in particolare).

Un lavoro pubblicato nel 2014 su “Nature Cell Biology” da un gruppo di ricercatori di Trieste (Programma speciale di oncologia clinica molecolare, finanziato dalla AIRC – Ass.Ital.. Ricerca sul Cancro) ha effettivamente dimostrato che la via metabolica che produce colesterolo si intreccia con YAP/TAZ, due fattori chiave della trasformazione tumorale, ossia della propensione dei tumori alla mammella a dare metastasi e a resistere alla chemioterapia; nello stesso studio veniva sottolineato, inoltre, che ad accelerare i processi di trasformazione e progressione maligna della cellula è la proteina p53 mutata, la cui inibizione verrebbe favorita dall’assunzione di statine.

Altri studi epidemiologici pubblicati sul “British Journal of Cancer” nel 2018, effettuati in Gran Bretagna, hanno evidenziato come la somministrazione di statine possa, attraverso un trattamento adiuvante di lungo periodo, da un lato ridurre la proliferazione nel tumore mammario metastatizzato, dall’altro ridurne la mortalità: non si è ancora stati in grado di individuare con sicurezza il meccanismo d’azione.

Non riduce però l’incidenza del cancro primario. Quindi, secondo diverse ricerche, l’uso di statine sembra poter ridurre, ma non eliminare, il rischio di recidiva e di metastasi, ma non il rischio di ammalarsi di cancro alla mammella.

Ad oggi, esistono dei farmaci che possono consentire la prevenzione del cancro al seno? Quali sono i metodi migliori di prevenzione?

Non esistono farmaci in grado di prevenire alcun tipo di tumore, tuttavia, appare assolutamente evidente che corretti stili di vita, caratterizzati da un’alimentazione povera in grassi animali e ricca in frutta e vegetali freschi, insieme a un’adeguata attività fisica quotidiana (30 minuti di camminata a passo veloce o almeno 10.000 passi al giorno) possono ridurre sensibilmente il rischio di ammalarsi di tumore mammario (Ballard-Barbash R et al, J National Cancer Inst 2012).

In particolare, la durata dell’esercizio fisico è stata correlata a una riduzione della mortalità per tumore mammario nelle donne che effettuino almeno 30 minuti di camminata al giorno. L’esposizione alla luce garantisce, inoltre, una buona sintesi della vitamina D, che garantisce l’adeguato assorbimento del calcio, così importante anche per prevenire l’osteoporosi!

La dieta andrebbe sicuramente arricchita di vitamina D (pesci, tuorlo d’uovo, fegato….), avente anche azione immunomodulante e antiproliferativa, e vitamina E (Olio di Oliva e di semi, semi di girasole, mandorle….), dall’elevato potere antiossidante, quindi entrambe protettive contro tutti i tipi di tumore e purtroppo non presenti in tutti i cibi.

Giova, inoltre, ricordare che la quota di grassi da introdurre nella dieta deve essere non solo ridotta, ma limitata agli acidi grassi polinsaturi, quali quelli tipici della nostra dieta mediterranea (acido oleico e linoleico: olio d’oliva extravergine, semi di girasole, noci) o della dieta cosiddetta “mediterrasiatica” (ricca in omega 3, derivante da pesce e frutta secca).

Lo studio EPIC (2017) ha evidenziato che, in Italia, nelle donne in postmenopausa, il 30% dei casi di tumore mammario è dovuto a sovrappeso/obesità, ridotta attività fisica e eccessivo consumo di bevande alcoliche: eliminando queste tre cause, tre donne su dieci non si ammalerebbero di cancro al seno.

Altri studi sul tumore al seno hanno anche dimostrato (Tang GH et al, 2018) come la metformina, antidiabetico orale assai ben studiato, possa ridurre il rischio di sviluppare la malattia fino al 20-30 %, nelle donne con diabete di tipo 2, grazie all’azione sul metabolismo energetico delle cellule all’origine del cancro: per dirla più semplicemente, la metformina “mette a dieta la cellula”, esercitando un ruolo protettivo nei confronti dei tumori, risultando particolarmente utile per prevenire quei tumori sicuramente correlati all’obesità (colon, utero, mammella e pancreas).

Un altro fattore protettivo è l’allattamento al seno, naturalmente quando è possibile. É uno dei dodici punti del Codice Europeo contro il cancro: molti studi epidemiologici (The Lancet 2016: “Breastfeeding in the 21st century: epidemiology, mechanisms, and lifelong effect”) dimostrano come protegga la mamma dal tumore al seno, ma anche alle ovaie, e come il suo effetto protettivo aumenti quando l’allattamento dura almeno 6 mesi, e la protezione si estenda anche al bimbo.

Un problema a parte è la prevenzione dei tumori eredofamiliari dovuti alla mutazione del gene BRCA1 – BRCA2 (la mutazione di cui è portatrice, per capirci, Angelina Jolie). Questa mutazione può colpire anche gli uomini, e aumenta molto il rischio di cancro alla mammella e all’ovaio.

Deve essere sospettata quando vi siano più casi, in famiglia, di donne colpite da tumore al seno (soprattutto se bilaterale, e in giovane età) e/o ovaie, o uomini colpiti da tumore mammario. Non sappiamo quanti siano le portatrici e i portatori in Italia: si pensa circa 100.000.

Queste persone possono scegliere una sorveglianza stretta, con esecuzione ogni 6 mesi di ecografie e mammografie, per diagnosticare e curare precocemente l’eventuale tumore, o una chirurgia profilattica per ridurre il rischio di ammalarsi.

Ricordiamo però che, anche se quella di poter ereditare un tumore è una paura diffusa, solo una quota molto bassa (meno del 2%) di tutti i tumori diagnosticati ogni anno è nella categoria di quelli che in gergo si chiamano «familiari» o ereditari.


L’Associazione Italiana Donne Medico (A.I.D.M.) è un’associazione apartitica e aconfessionale e senza fini di lucro.
Fondata nel 1921 a Salsomaggiore Terme e riconosciuta nel 1922 a Ginevra, dal Bureau Internazionale, è membro della “Medical Women’s International Association” (M.W.I.A.).

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