La difficoltà di parola è un segnale per riconoscere l’arrivo del Parkinson: vero o falso?

La difficoltà di parola è un segnale per riconoscere l’arrivo del Parkinson: vero o falso?

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Il Parkinson è una patologia neurodegenerativa progressiva. I sintomi principali, quelli più riconoscibili, sono di tipo motorio. I più frequenti sono tremore, rigidità, bradicinesia (ossia lentezza nei movimenti).

Ci sono però anche sintomi non motori: come la disartria, la disfagia e la scialorrea. Su questi interviene il logopedista.

Parkinson e compromissione della parola

Nella maggioranza dei casi, i primi sintomi della malattia sono quelli di tipo motorio. La compromissione della parola arriva dopo, quando la malattia è conclamata.

Spesso i familiari fanno fatica a immaginare e a capire che i sintomi non motori sono a tutti gli effetti sintomi, non reazioni psicologiche ed emotive“, racconta Carla Budriesi, logopedista presso la Clinica Neurologica di Modena, dove lavora prevalentemente con pazienti affetti da patologie neurodegenerative.

Parte del lavoro del logopedista è proprio quello di far comprendere loro questo aspetto della malattia“.

In quale altro modo il logopedista interviene con pazienti affetti da Parkinson?

A un malato di Parkinson posso proporre trattamenti per contenere i sintomi non motori, e anzi in alcuni casi anche migliorare. Questa patologia ha una progressione piuttosto lenta: c’è dunque il tempo di mettere in pratica esercizi e tecniche che permettano al paziente di mantenere la migliore qualità di vita possibile“.

Per esempio?

Tipicamente nei malati di Parkinson si riscontra ipofonia, vale a dire un abbassamento del tono della voce. Non è l’unico sintomo non motorio, ma è quello che hanno tutti. Su questo, si può intervenire con esercizi per aumentare il tono della voce.

Per i parkinsoniani, una delle tecniche che ha più prove di efficacia è il Lee Silverman Voice Treatment (LSVT®). È un trattamento intensivo da svolgere 4 volte alla settimana per 4 settimane consecutive, che può essere effettuato solo da terapisti certificati (logopedisti).

Risulta in particolare molto efficace nei casi di Parkinson idiopatico (in altre parole: quando il paziente è affetto solo da Parkinson). A grandi linee, possiamo dire che funziona con l’85% circa dei pazienti, consentendo loro di ricalibrare il tono della voce.

Ci sono invece il paziente che manifestano sintomi molto simili a quelli del Parkinson, pur non essendone affetti: si tratta di parkinsonismo, come l’atrofia multisistemica.

In questi casi il decorso della malattia è molto rapido: l’aspettativa di vita è di 5-7 anni dalla diagnosi. Dunque non c’è tempo per gli esercizi: piuttosto, bisognerà insegnare al paziente strategie alternative per comunicare“.

Quali?

Utilizzare frasi brevi, scandire molto. Parlare utilizzando parole-chiave. Nei casi in cui il paziente diventa non intellegibile, ma mantiene capacità cognitive che gli consentono di usare uno strumento, si può ricorrere alla tavola alfabetica o a un comunicatore. Tutto questo nel Parkinson non serve, se non in fasi avanzatissime“.

Ci sono altri ambiti di intervento del logopedista nel trattamento di pazienti affetti da Parkinson?

Sì. Il logopedista interviene anche su altri due ambiti, sia con malati di Parkinson che affetti da parkinsonismi: la disfagia e la gestione delle secrezioni orali (scialorrea)“.

Come?

Si insegnano al paziente tecniche per evitare per esempio la perdita di saliva (pesante anche dal punto di vista sociale)“.

E riguardo alla disfagia?

In caso di disfagia evidente, bisognerà anche cambiare dieta. Ma in fase iniziale, quello che serve è modificare le abitudini, il comportamento alimentare (per esempio, imparare a bere a piccoli sorsi, evitare cibi con doppie consistenze…).

Anche qui valgono le stesse considerazioni su Parkinson e parkinsonismo. Il Parkinson ha un decorso più lento del parkinsonismo: sapere questo deve servire a calibrare l’intervento del logopedista, il cui obiettivo è sempre la migliore qualità di vita possibile“.

Quali sono le cause che determinano gli effetti non motori del Parkinson?

Non lo sappiamo ancora. C’è molta ricerca in corso su questi temi. Per esempio è stato osservato che farmaci molto efficaci nel trattare i sintomi motori di questa patologia (levodopa) o anche il trattamento chirurgico della deep brain stimulation non funzionano sui sintomi non motori.

Anzi: stiamo attualmente cercando di capire anche come mai alcuni pazienti operati dopo l’intervento parlino peggio, pur muovendosi molto meglio“.

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