Parodontite e Alzheimer: un legame c’è, ma niente panico

Parodontite e Alzheimer: un legame c’è, ma niente panico

È vero, un nuovo studio ha trovato una correlazione tra la parodontite, una malattia dentale ad eziologia batterica e a patogenesi infiammatoria, e l’Alzheimer.

Il collegamento starebbe proprio nei batteri che causano le malattie gengivali.

Ma prima scopriamo di più su questa malattia degenerativa.

Tutto sul morbo di Alzheimer

La malattia di Alzheimer è una forma progressiva di demenza. Secondo l’Alzheimer’s Association, questo morbo rappresenta il 60-80% dei casi di demenza. Nella maggior parte dei pazienti, la diagnosi avviene dopo i 65 anni. Se l’insorgenza è precedente, si parla di esordio precoce.

I sintomi della malattia si manifestano gradualmente e gli effetti sul cervello sono degenerativi, il che significa che causano un lento declino delle capacità cerebrali. Tra questi vi sono:

  • Perdita di memoria, che colpisce le attività quotidiane
  • Problemi con compiti familiari
  • Difficoltà nel risolvere i problemi
  • Problemi a parlare e/o a scrivere
  • Mancanza di giudizio
  • Diminuzione dell’igiene personale
  • Cambiamenti di umore e personalità
  • Allontanamento da amici, famiglia e comunità

Non sono ancora ben note le cause del morbo, ma gli esperti hanno identificato alcuni fattori di rischio, tra cui l’età (maggiore incidenza tra gli over 65), la storia familiare e la genetica. Secondo gli studi, quest’ultima in particolare svolge un ruolo chiave nell’insorgenza della malattia. Nello specifico, è coinvolta l’apolipoproteina E (APOE).

Gli esami del sangue possono determinare la presenza o meno del gene che codifica per questa proteina. Bisogna comunque tenere a mente che averlo non accerta l’insorgenza del morbo di Alzheimer, esattamente come non averlo con mette al sicura dalla malattia.

Al momento non esiste una cura per l’Alzheimer, ma alcuni trattamenti possono rallentare la progressione della malattia.

Infezioni batteriche e morbo di Alzheimer

Che la salute dentale sia importante non solo per la nostra bocca, ma anche per la salute in generale, si è sempre saputo. Oggi, gli esperti ci dicono anche quanto sia fondamentale per evitare l’insorgenza dell’Alzheimer.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, è stato portato avanti dai ricercatori della Icahn School of Medicine del Mount Sinai Hospital e della Arizona State University, i quali hanno esaminato il tessuto cerebrale di persone affette dal morbo di Alzheimer decedute.

Dall’analisi è risultata la presenza di Porphyromonas gingivalis, uno dei principali agenti patogeni responsabili delle malattie gengivali. Tracce del DNA del batterio sono state rilevate anche nel liquido spinale prelevato da pazienti viventi.

Non finisce qui. Gli enzimi tossici prodotti dal batterio sono stati trovati in molti campioni di cervello prelevati da pazienti affetti da Alzheimer. I campioni più ricchi di questi enzimi hanno presentato anche livelli più elevati nella quantità di proteine legate alla malattia.

Altri esperimenti condotti sui topi sembrano confermare questo collegamento. I ricercatori hanno, infatti, infettato le gengive di topi sani con il Porphyromonas gingivalis. Tracce del batterio sono state poi rilevate anche nel cervello degli animali. Sono stati anche riscontrati danni ai neuroni e livelli più alti della proteina beta-amiloide, responsabile delle placche che si formano nel cervello dei pazienti affetti da Alzheimer.

Niente panico: ci sono buone notizie

L’idea di una correlazione tra una comune malattia dentale – la parodontite, appunto – e un morbo così aggressivo potrebbe spaventare i più. In realtà, si tratta di una buona notizia.

La scoperta che sia questo batterio una delle possibili cause dell’Alzheimer potrebbe fornirci un nuovo trattamento per combattere la malattia. I ricercatori, infatti, sono stati in grado di eliminare l’infezione da Porphyromonas gingivalis nel cervello dei topi usando una molecola che si lega e blocca il batterio. Ciò ha anche ridotto la produzione di beta-amiloide e alcuni danni neuronali.

Gli autori della ricerca hanno, quindi, avviato studi clinici per testare l’efficacia di un farmaco simile a quello usato nei topi. Questi risultati danno una speranza in più per quanto riguarda la cura di questa malattia.

Sono, però, necessarie ulteriori ricerche per determinare la correttezza di questa ipotesi. Senza contare che altri ricercatori e medici avvertono che è troppo presto per affermare che i dati riportati da questo studio siano la risposta al morbo di Alzheimer. Non ci resta che attendere ulteriori conferme.

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