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Le carezze che fanno bene

Alessandra Lucivero | Editorial Manager a Pazienti.it

Ultimo aggiornamento – 02 Gennaio, 2013


Il calore, il contatto e la protezione che si sono impressi sulla pelle durante la vita prenatale devono trovare continuità anche nella vita postnatale, specie nel primo anno di vita. Piangere perché si è lasciati soli, in questo periodo della vita, non è un capriccio: i bambini lasciati soli nelle culle e non toccati attraversano stadi di depressione sempre più profondi, fino a lasciarsi morire.

René Spitz, neuropsichiatra infantile degli anni trenta, nel suo libro Il primo anno di vita del bambino riporta i frutti dei suoi studi sul marasma infantile – malattia che colpiva a morte i bimbi ospiti degli orfanotrofi americani e caratterizzata dal progressivo deperimento organico – giungendo alla conclusione che in tali strutture quello che mancava era il contatto fisico affettuoso, stimolo della vita e della crescita.

Spitz confrontò due gruppi di bambini istituzionalizzati, entrambi adeguatamente nutriti e curati dal punto di vista igienico: il primo formato da 220 figli di carcerate accuditi personalmente dalle mamme e il secondo formato da 91 bimbi ricoverati in orfanotrofio e accuditi dal personale addetto. Nel secondo gruppo, malgrado i bimbi fossero curati da ostetriche professioniste, Spitz riscontrò diversi casi di lattanti che non crescevano regolarmente, soffrivano di ritardi nello sviluppo cognitivo e motorio,  presentavano un preoccupante abbassamento delle difese immunitarie: di questi, il 37,3% morì entro il secondo anno di vita.

Nelle sue conclusioni spiega che nei bambini privati delle più elementari forme di amore non si stabilisce un ponte adeguato tra corteccia cerebrale e diencefalo, fondamentale per poter sperimentare la relazione fra il mondo interiore e il mondo esterno: quando il bambino non può sviluppare la naturale relazione personale con la madre (o con chi ne fa le veci) si verificano in lui disturbi evolutivi che possono giungere sino alla sindrome d’abbandono, ritardando nella crescita e riportando danni irreversibili nell’aspetto motorio, affettivo, del linguaggio e dello sviluppo intellettuale.

Nel suo “Il linguaggio della pelle” l’antropologo Ashley Montagu, studiando le numerosi morti che avvenivano negli orfanotrofi, osservò che prima della seconda guerra mondiale, in America, c’era stato un calo delle morti dei bambini abbandonati in orfanotrofio dovuto all’aumento del personale, e questo perchè i bambini venivano toccati di piu’ (e, quindi, morivano di meno). Montagu sostiene l’influenza che le stimolazioni tattili hanno sullo sviluppo e sul funzionamento del nostro organismo: leccare, palpeggiare, accarezzare i neonati aiuta lo svilupparsi di attività quali la respirazione, la vigilanza, le difese immunitarie, la socievolezza, il senso di sicurezza.

Il “tocco” è così importante che gli psicodermatologi attribuiscono alla mancanza di contatto fisico perfino le malattie cutanee dei bambini (eczema, crosta lattea).

Harry Harlow, nel suo storico esperimento sui lattanti di scimmie, prova che è più importante la “variabile del contatto” rispetto alla  “variabile del nutrimento”: costruì due surrogati di mamma scimmia, una di tessuto morbido e irradiante calore, un’altra di rete metallica fredda, ma fornita di un seno artificiale pronto a dispensare latte a richiesta. Il risultato dell’esperimento, spiegato da Harlow nel suo “lo sviluppo delle risposte affettive in scimmie lattanti”, è che potendo scegliere tra due pupazzi-madre le scimmie mostrarono di preferire – senza ombra di dubbio – la madre di stoffa, che irradiava calore, alla madre meccanica dotata di seno artificiale: il confort del contatto è una variabile straordinariamente importante nello sviluppo delle relazioni affettive, mentre l’allattamento come puro nutrimento è una variabile di importanza trascurabile.

In tutto questo si comprende come Il massaggio abbia un prodigioso effetto terapeutico.

Frederick Leboyer, grande conoscitore della cultura indiana (dove il massaggio viene praticato a tutti i neonati quotidianamente), nel suo libro Chantala spiega il trauma della nascita, e come il massaggio possa servire a prolungare la sensazione di costante contatto del feto con la madre, evitando la frattura brutale.

Scrive Leboyer che il bambino, ogni volta che si sveglia “prova lo shock di ritrovare il mondo al contrario: le sensazioni forti “nel” suo ventre, “nello” stomaco, e “di fuori” più niente! E’ essenziale ristabilire l’equilibrio. E nutrire il “fuori” con altrettanta cura del “dentro”. Se i piccoli urlano, ogni volta che si svegliano, non è per i morsi della fame. Essere portati, cullati, carezzati, essere tenuti, massaggiati, sono tutti nutrimenti per i bambini piccoli, indispensabili, come le vitamine, i sali minerali e le proteine, se non di più. Se viene privato di tutto questo e dell’odore, del calore e della voce che conosce bene, il bambino, anche se gonfio di latte, si lascerà morire di fame”.

Esistono diverse modalità di massaggio (ed esistono perfino delle baby-spa!) da praticare fin dal primo giorno di vita. Eva Reich, medico che ha approfondito l’approccio corporeo bioenergetico alla psicoterapia, ritiene che nel massaggio madre figlio, nel contatto pelle a pelle, entrambi si ricarichino energeticamente (in uno stato che lei chiama glow and flow, ardere e fluire), e la loro salute si autoregoli: cosi’ come g li animali leccano i loro cuccioli, allo stesso modo il neonato accarezzato in tutto il corpo attiva le sue funzioni vitali.

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