Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente negli uomini in molti Paesi occidentali.
Con i nuovi dati scientifici pubblicati negli ultimi mesi e l'aggiornamento delle linee guida europee, torna al centro il dibattito su quando iniziare il dosaggio del PSA. L'obiettivo è individuare i tumori clinicamente significativi senza aumentare diagnosi e trattamenti non necessari.
Quando iniziare il PSA: l'età cambia in base al rischio
Per anni la domanda è rimasta la stessa: il PSA va eseguito da tutti dopo una certa età oppure solo in presenza di sintomi? Oggi la risposta è più sfumata.
Le più recenti linee guida della European Association of Urology (EAU), aggiornate nel 2025, propongono un approccio personalizzato. Per gli uomini senza particolari fattori di rischio, il primo test può essere preso in considerazione a partire dai 50 anni, dopo un confronto informato con il medico sui benefici e sui possibili limiti dell'esame. Nei soggetti con un rischio maggiore, invece, l'età si abbassa:
- dai 45 anni se esiste una storia familiare di tumore prostatico;
- dai 45 anni per gli uomini di origine africana;
- dai 40 anni nei portatori di mutazioni del gene BRCA2, già noto per il suo coinvolgimento anche nel tumore della mammella e dell'ovaio.
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Le raccomandazioni sottolineano inoltre che lo screening precoce ha senso soprattutto negli uomini con un'aspettativa di vita superiore ai 15 anni, perché è in questa fascia che la diagnosi anticipata può tradursi in un reale beneficio clinico.
Perché il PSA non basta da solo
Il PSA (antigene prostatico specifico) è una proteina prodotta dalla prostata e misurabile con un semplice prelievo di sangue. Quando il suo valore aumenta, però, non significa automaticamente che sia presente un tumore.
Il motivo è semplice: il PSA si comporta un po' come un allarme domestico. Suona quando qualcosa non va, ma non dice quale sia il problema. L'aumento può dipendere da un'ipertrofia prostatica benigna, da un'infiammazione, da un'infezione urinaria o, naturalmente, da una neoplasia.
Eppure è proprio questa caratteristica ad aver alimentato il dibattito negli ultimi vent'anni. Molti tumori della prostata crescono molto lentamente e non darebbero mai sintomi durante la vita dell'uomo. Scoprirli troppo presto può significare sottoporre il paziente a biopsie o trattamenti che non avrebbe realmente bisogno di affrontare.
Va detto che oggi il percorso diagnostico è profondamente cambiato. Prima di arrivare alla biopsia vengono spesso utilizzati strumenti come la risonanza magnetica multiparametrica e i calcolatori di rischio, che consentono di selezionare meglio chi necessita davvero di ulteriori accertamenti.
Lo studio europeo che ha riaperto il dibattito
A riaccendere l'interesse internazionale è stato il follow-up a 23 anni dello studio europeo ERSPC (European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer), uno dei più grandi mai realizzati sul tema.
Lo studio ha coinvolto circa 162.000 uomini tra 55 e 69 anni in diversi Paesi europei. I risultati mostrano che l'invito allo screening con PSA è associato a una riduzione del 13% della mortalità per tumore della prostata dopo oltre due decenni di osservazione. Gli autori stimano che venga evitato un decesso ogni 456 uomini invitati allo screening. 
Il punto è che questi numeri raccontano solo una parte della storia. Parallelamente aumenta anche il numero delle diagnosi di tumori poco aggressivi, quelli che forse non avrebbero mai creato problemi. Per questo le società scientifiche non parlano più di screening "per tutti", ma di una strategia calibrata sul rischio individuale.
Chi dovrebbe parlarne con il medico senza aspettare i sintomi
Uno degli errori più frequenti è pensare che il PSA serva soltanto quando compaiono disturbi urinari. In realtà il tumore della prostata, nelle fasi iniziali, è spesso completamente silenzioso.
Ciò non toglie che alcuni uomini abbiano più motivi di altri per affrontare il tema durante una visita di medicina generale o urologica. Fra questi rientrano:
- chi ha un padre o un fratello con diagnosi di tumore prostatico;
- i portatori di mutazioni genetiche come BRCA2;
- gli uomini sopra i 50 anni che desiderano conoscere il proprio rischio;
- chi presenta valori di PSA già alterati in passato.
C'è poi un dettaglio che gli specialisti conoscono bene: non conta soltanto il valore assoluto del PSA, ma anche la sua evoluzione nel tempo. Un incremento progressivo, interpretato insieme all'età e agli altri fattori clinici, può offrire indicazioni più utili di un singolo esame isolato. (Sì, è uno di quei casi in cui un numero da solo dice sorprendentemente poco.)
Il futuro va verso uno screening sempre più personalizzato
Negli ultimi anni la domanda non è più "fare o non fare il PSA?". La questione è diventata un'altra: a chi conviene davvero farlo e con quale frequenza.
Le linee guida europee suggeriscono infatti di adattare anche gli intervalli dei controlli al valore del primo PSA. Un uomo di 60 anni con un PSA inferiore a 2 ng/mL, ad esempio, può essere ricontrollato anche dopo molti anni, mentre chi presenta valori più elevati necessita di un monitoraggio ravvicinato. Questo approccio punta a ridurre esami inutili senza perdere le diagnosi dei tumori clinicamente significativi.
A conti fatti, il futuro dello screening sembra andare in una direzione precisa: meno automatismi, più valutazione individuale. L'integrazione tra PSA, storia familiare, genetica, risonanza magnetica e nuovi biomarcatori promette di rendere la diagnosi precoce sempre più accurata, limitando gli effetti indesiderati dell'eccesso di diagnosi e concentrando gli interventi sui pazienti che possono ottenere il beneficio maggiore.
Fonti:
- PubMed – European Study of Prostate Cancer Screening - 23-Year Follow-up
- European Association of Urology – Prostate Cancer
- Stat News – PSA screening for prostate cancer reduces disease-specific deaths, new review shows
- European Association of Urology – Prostate cancer