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Disturbo del comportamento alimentare: quando non si mangia per sola fame

Vincenzo Russo | Blogger

Ultimo aggiornamento – 27 Maggio, 2015

Disturbo del comportamento alimentare: quando non si mangia per sola fame

Siete abituati a mangiare soltanto quando avete appetito e quanto basta per sentirvi sazi? Pensateci bene prima di rispondere, perché se rispondete di sì appartenete a una piccola minoranza, meno del 20% della popolazione adulta dei paesi occidentali. Oltre l’80%, infatti, dichiara di lasciarsi andare, più o meno occasionalmente, ad assumere cibo anche in mancanza di appetito, oppure ad esagerare durante un pasto.

In occasioni particolari, una festa, una cena con gli amici, un dolce particolarmente attraente sullo scaffale del pasticciere, è normale lasciarsi prendere da una trasgressione alimentare e mangiare più del dovuto. Ma, quando si passa dall’occasionalità all’abitudine, significa che il rapporto con il cibo ha qualche problema e diventa di interesse clinico.

Chi mangia, più o meno abitualmente, senza il bisogno fisiologico dell’appetito oppure esagera nelle quantità o, anche, al contrario, ha difficoltà ad alimentarsi quotidianamente, molto probabilmente soffre di un Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA).

I DCA sono patologie classificate come malattie mentali, complesse, di origine multifattoriale e di significato patologico importante, che colpiscono soprattutto le giovani donne e le adolescenti.

Si distinguono in:

  • anoressia nervosa
  • bulimia
  • binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata)

Le prime due sono molto conosciute e gravi, ma non sono le più diffuse.

La forma più diffusa di binge eating è nota come “fame nervosa” e definita eating emozionale dagli studiosi del comportamento alimentare, perché è la condizione patologica sviluppata da quei soggetti che mescolano le emozioni con l’assunzione di cibo e usano il cibo per far fronte alle emozioni e ai problemi quotidiani [1].

Cos’è l’eating emozionale?

Questo comportamento porta ad affrontare ogni problema abusando di cibo e non è univoco quanto a stile. Può essere determinato dall’ansia, dalla tristezza, dalla solitudine, dalla noia, dalla rabbia, dalla gioia. Praticamente, da ogni alterazione dello stato emotivo. La consapevolezza di aver mangiato troppo, quindi di un comportamento scorretto, porta i pazienti ad assumere rimedi compensatori inappropriati, come l’assunzione di lassativi o il vomito autoindotto.

Se tutti i DCA sono riconducibili all’abitudine delle mamme di offrire il seno o il biberon ogni volta che il bimbo piange, nell’errata convinzione che pianto sia sempre sinonimo di fame, l’eating emozionale è, soprattutto, un problema innescato dal proprio modo di comunicare.

Comunichiamo con 3 diverse modalità, passiva, aggressiva, assertiva. Le prime due sono alla base dell’eating emozionale.

Il comunicatore passivo si riconosce perché parla sempre sottovoce, occhi in basso e usa un linguaggio indeciso, pieno di “forse” e di “se”. È timoroso ed incapace di rifiutare le richieste che provengono dai suoi interlocutori. Non riesce a farsi valere e questo, a lungo andare, genera desiderio di rivalsa e rabbia che, però, non riesce ad esprimere e rivolta verso se stesso. Il risultato finale è la compensazione con il cibo.

L’aggressivo comunica soltanto sugli argomenti di suo interesse ed è incapace di ascoltare e recepire le istanze degli altri. Parla a voce alta con tono spesso perentorio e termini come “mai” o “sempre” o “impossibile”. È combattivo e può ricorrere alle minacce per imporre il suo punto di vista. Ciononostante non riesce a imporsi e la conseguente frustrazione lo porta a cercare una via d’uscita nel cibo.

Il comunicatore assertivo non corre questo rischio, quindi può essere terapeuticamente utile indirizzare i pazienti verso questa modalità comunicativa.

L’assertivo comunica in modo comprensibile, senza eccessi e ascoltando i suoi interlocutori. In questo modo, non si sente mai sconfitto e mantiene il controllo di se, senza bisogno di compensazioni. Una particolare tipologia di eating alimentare è quella associata alla dieta. La terapia, in questi casi, prevede di imparare a distinguere gli stimoli della fame biologica da quelli della fame nervosa, tenendo un diario dove registrare quotidianamente, gli stati emotivi e le sensazioni fisiche associate all’ingestione del cibo. In questo modo, si impara a distinguerli e a soddisfare solo quelli realmente dovuti alla fame [2].

Ansia e stress possono causare un DCA?

L’ansia e lo stress sono tra i principali responsabili dei binge eating, in particolare di forme piuttosto gravi di anoressia e bulimia nervose.

Chi soffre di disturbi d’ansia, molto spesso soffre anche di un DCA associato. In questo caso, la diagnosi e la terapia sono più difficoltose e la remissione più problematica.

Bulimia Nervosa

La bulimia nervosa è caratterizzata da episodi ricorrenti e frequenti di eccesso di cibo, senza che ve ne sia effettiva necessità. Le persone bulimiche, di solito, inizialmente non sono obese e, anche se può sembrare incoerente con il loro comportamento, cercano di perdere peso perché insoddisfatte del loro corpo.

Il comportamento, a lungo andare, porta obesità e tutte le complicanze ad essa connesse.

Che cosa è l’anoressia nervosa?

L’anoressia nervosa è un disturbo alimentare complesso e importante, che può colpire tutti ma è prevalente nelle giovani donne. Ha tre caratteristiche fondamentali:

  1. rifiuto di mantenere un peso corporeo sano
  2. incontrollabile paura di aumentare di peso
  3. immagine distorta del proprio corpo

In definitiva, anche se si è pericolosamente sottopeso, il proprio corpo viene visto sempre come troppo grasso o, meglio, troppo ingombrante.

Tipi di anoressia nervosa

Ci sono due tipi di anoressia. Nel primo tipo la perdita di peso viene ricercata limitando l’assunzione di calorie, quindi si inizia con diete drastiche per arrivare al digiuno spesso associato a un eccessivo, se non compulsivo, esercizio fisico.

Il secondo tipo prevede di perdere peso con uso quotidiano ed eccessivo di lassativi e diuretici.

Il disagio mentale legato all’anoressia nervosa è, quasi sempre, la depressione. La depressione, in questi casi, non è soltanto quella generata da eventi traumatici o a forte impatto emotivo, che il paziente rifiuta di considerare, distraendo i pensieri con l’ossessione per il cibo quanto, piuttosto, quella generata da un processo lento e continuo che porta l’anoressico a sentirsi del tutto inadeguato e impotente. Il proprio corpo, in questo caso, diventa l’unica cosa su cui si può esercitare una forma di controllo.

Cause psicologiche e fattori di rischio per l’anoressia

Le persone anoressiche sono spesso perfezioniste. Il profilo è quello dei figli perfetti, che fanno sempre quanto richiesto e puntano a eccellere in tutto quello che fanno. In realtà, sono ipercritici verso se stessi e privi del senso della misura. Se non riescono a eccellere, si sentono un fallimento totale.

A questo, spesso, contribuiscono le pressioni familiari. Dal punto di vista biologico, la ricerca suggerisce l’esistenza di fattori familiari geneticamente predisponenti all’anoressia. Sembra che anche la chimica del cervello giochi un ruolo significativo. Le persone con anoressia, infatti, tendono ad avere alti livelli di cortisolo, l’ormone correlato allo stress, e una diminuzione dei livelli di serotonina e noradrenalina, che sono associati ai sentimenti di benessere [3].

Ansia o disturbi alimentari: cosa viene prima?

Uno studio del 2004 ha rilevato che i due terzi delle persone affette da disturbi alimentari soffrono di un disturbo d’ansia e che circa il 42 per cento aveva sviluppato un disturbo d’ansia durante l’infanzia, molto prima dell’inizio dell’insorgere del disturbo alimentare. Anche nuovi e recenti studi confermano che i DCA sono conseguenze del disturbo d’ansia.

Tra i disturbi, il disturbo ossessivo-compulsivo è quello più spesso associato a un problema alimentare. Coloro che hanno entrambi i disturbi spesso sviluppano rituali compulsivi legati al cibo, sia nella porzionatura che nelle modalità di ingestione.

Nel caso della bulimia, le possibilità di svilupparla sono maggiori per le donne con disturbo post-traumatico da stress (PTSD) [4].

Trattamento per l’anoressia nervosa 

L’ansia e disturbi alimentari possono essere trattati contemporaneamente e con la stessa modalità terapeutica. Lo psichiatra però, non è in grado di garantire un recupero simultaneo per entrambi i disturbi. Spesso, è necessario uno specifico trattamento per ciascuno.

L’anoressia nervosa necessita di trattamenti con approccio multidisciplinare, in cui la terapia nutrizionale spesso deve precedere quella psichiatrica.

Il trattamento con la più alta percentuale di successo e minor percentuale di recidive è la terapia cognitivo-comportamentale o CBT, che si concentra sull’identificazione, la comprensione e il cambiamento dei modelli di pensiero e di comportamento. I primi miglioramenti sono di solito apprezzabili in 12 a 16 settimane di terapia.

Il trattamento per i disturbi alimentari comprende anche una adeguata consulenza nutrizionale. Nei casi più gravi può essere necessaria l’ospedalizzazione [5].

Fonti

[1] Are You Eating Because You’re Hungry or Emotional? http://www.webmd.com/mental-health/eating-disorders/binge-eating-disorder/features/binge-eating-hungry-or-emotional?page=2

[2] I disturbi del comportamento alimentare sono malattie mentali che portano la persona ad avere un rapporto distorto con cibo, peso e immagine corporea http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=63&area=Disturbi_psichici

[3] Eating Disorders http://www.adaa.org/understanding-anxiety/related-illnesses/eating-disorders

[4] Anorexia Nervosa http://www.helpguide.org/articles/eating-disorders/anorexia-nervosa.htm

[5] Treating anorexia http://www.nhs.uk/Conditions/Anorexia-nervosa/Pages/Treatment.aspx

 

 

 

 

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