Essere curati da un medico donna può influire sulla sopravvivenza?

Mattia Zamboni | Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 02 Novembre, 2026

Un'esperta dottoressa sorridente con occhiali e camice bianco consulta e parla con una giovane paziente durante una visita medica

Uno studio pubblicato su JAMA Network Open, condotto su quasi un milione di pazienti ricoverati in Ontario, in Canada, ha rilevato un'associazione tra l'assistenza prestata da medici donna e una minore mortalità nei 30 giorni successivi al ricovero.

I risultati riaprono il dibattito sulle differenze negli stili di cura, ma non dimostrano che il sesso del medico sia, da solo, la causa di una maggiore sopravvivenza.

Quasi un milione di pazienti coinvolti: i numeri della ricerca

Il campione comprendeva 958.150 pazienti adulti ricoverati in Ontario tra il 2008 e il 2022, con un'età mediana di 74 anni.

I ricercatori hanno confrontato gli esiti clinici dei pazienti assistiti da medici uomini e donne, considerando sia il professionista principalmente responsabile del ricovero sia la percentuale di giornate trascorse sotto la supervisione di una dottoressa.

Il dato più significativo riguarda la mortalità a 30 giorni: dopo aver corretto i risultati per diverse caratteristiche dei pazienti, dei medici e degli ospedali, il tasso associato alle cure delle professioniste era del 12,3%, contro il 13,7% registrato per i colleghi uomini. La differenza corrisponde a una riduzione relativa delle probabilità di morte del 12%.

Comunicazione, decisioni cliniche e continuità delle cure: le possibili spiegazioni

Da dove nasce questa differenza? I ricercatori non hanno individuato un meccanismo causale preciso, ma indicano alcune ipotesi legate alle modalità di assistenza.

Tra i fattori da approfondire ci sono:

  • la comunicazione con il paziente;
  • il tempo dedicato alla visita;
  • l'aderenza alle linee guida;
  • il coinvolgimento di altri specialisti.

Secondo le ipotesi discusse dagli autori, le dottoresse potrebbero adottare più frequentemente un modello di cura centrato sulla persona, con maggiore attenzione alla condivisione delle decisioni terapeutiche.

Un altro elemento riguarda la collaborazione tra professionisti: consultare un collega, chiedere un secondo parere o rivalutare una terapia sono comportamenti che possono incidere sulla qualità dell'assistenza. Non sono, tuttavia, caratteristiche esclusive di un sesso.

La ricerca ha, inoltre, considerato un aspetto spesso trascurato: durante un ricovero il paziente non viene necessariamente seguito da un solo medico. I turni e i passaggi di consegne possono modificare il gruppo di professionisti responsabili delle cure. Per questo motivo, gli studiosi hanno valutato anche la percentuale di giornate trascorse sotto la supervisione di mediche. Ogni aumento del 10% di questa esposizione è risultato associato a una riduzione del 7% delle probabilità di morte entro 30 giorni.

Non soltanto mortalità: cosa succede dopo il ricovero

Il vantaggio osservato non riguarda esclusivamente la sopravvivenza. Anche i nuovi ricoveri entro 30 giorni risultavano leggermente meno frequenti tra i pazienti assistiti da professioniste: 18,6% contro 18,9%.

Le differenze sono state osservate anche considerando la mortalità a 90 giorni e a un anno, sebbene con un'associazione meno marcata nel lungo periodo.

L'analisi ha coinvolto persone ricoverate per sette condizioni cliniche frequenti, tra cui:


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Un campione ampio, dunque, che supera il tradizionale confronto limitato agli interventi chirurgici e ai risultati ottenuti dal solo medico che accoglie il paziente in ospedale.

I limiti della ricerca: il sesso del medico non basta a spiegare gli esiti

I risultati meritano attenzione, ma non autorizzano a concludere che le donne siano medici migliori degli uomini. La distinzione è sostanziale.

Lo studio canadese è osservazionale: individua associazioni statistiche, ma non dimostra un rapporto di causa-effetto. Anche dopo aver corretto i dati per numerose variabili, potrebbero rimanere fattori non considerati, come le differenze negli stili professionali, nei carichi di lavoro e nell'organizzazione dei reparti.

C'è, poi, un elemento che invita alla cautela. Una ricerca pubblicata nel febbraio 2026 su BMJ Open, condotta in un ospedale universitario svizzero su 20.094 ricoveri e 216 medici, non ha rilevato differenze significative negli esiti clinici in base al sesso del professionista. Gli autori hanno, invece, riscontrato differenze legate al sesso dei pazienti.

Anche il contesto sanitario potrebbe contribuire a spiegare risultati differenti: sistemi ospedalieri, organizzazione dei turni e modalità di assegnazione dei pazienti non sono necessariamente sovrapponibili tra Canada, Stati Uniti ed Europa.

Un'ulteriore precisazione riguarda la terminologia: le ricerche hanno analizzato il sesso dichiarato o registrato dei medici, non tutte le identità di genere.

Quali prospettive per la medicina ospedaliera

Il dato più interessante non è stabilire una competizione tra medici, ma capire quali comportamenti assistenziali possano contribuire a migliorare gli esiti dei ricoveri.

Serviranno altri studi, condotti in sistemi sanitari differenti, per verificare se le associazioni osservate in Ontario siano replicabili e quali processi clinici possano spiegarle.

La prospettiva è concreta: individuare le pratiche di comunicazione, collaborazione e gestione terapeutica associate a una maggiore sopravvivenza, per renderle patrimonio condiviso della professione medica, indipendentemente dal sesso di chi esercita.

Fonti:

  • Jama Network Open – Physician Sex and Outcomes Among Hospitalized Patients
  • PubMed – Comparison of in-hospital outcomes and processes of care by patient and physician sex: a single-centre retrospective cohort study
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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