Perché alcune persone stanno male dopo il vaccino e altre no: lo studio

Mattia Zamboni | Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 23 Settembre, 2026

Un paziente che si fa fare una vaccinazione

I sintomi dopo una vaccinazione possono essere molto diversi da una persona all’altra: un nuovo studio internazionale ha individuato nella risposta basale all’interferone uno dei possibili motivi. La ricerca ha seguito 51 adulti sani vaccinati con due dosi di un vaccino a mRNA contro Covid-19 presso gli Ospedali universitari di Ginevra.

Perché alcune persone stanno peggio dopo il vaccino

Dolore nel punto dell’iniezione, stanchezza, mal di testa, febbre o dolori muscolari: sono manifestazioni generalmente transitorie che derivano dall’attivazione del sistema immunitario. La loro intensità, però, non è uguale per tutti.

È proprio questa variabilità ad avere attirato l’attenzione dei ricercatori dell’Università di Ginevra (UNIGE), degli Ospedali universitari di Ginevra (HUG) e di altri centri di ricerca. Il lavoro, pubblicato nel 2026 su Science Translational Medicine, ha cercato di capire perché alcune persone sviluppino una risposta più marcata dopo la vaccinazione.

Lo studio ha monitorato 51 volontari sani, osservandone la risposta immunitaria prima e dopo entrambe le dosi. I partecipanti sono stati seguiti per sette giorni dopo ciascuna somministrazione, proprio perché gli effetti indesiderati tendono a comparire soprattutto nei primi giorni.

Il risultato più interessante riguarda gli interferoni, proteine prodotte dall'organismo durante la risposta antivirale. In termini semplici, funzionano come un sistema di allarme: segnalano alle cellule vicine che è necessario prepararsi a una possibile minaccia.


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Secondo i ricercatori, chi presenta già prima della vaccinazione una risposta più attiva legata all’interferone tende ad avere una maggiore probabilità di sviluppare sintomi più pronunciati. Non significa, però, che esista un unico “profilo” destinato ad avere effetti collaterali: il fenomeno è biologicamente più complesso.

Il ruolo dell'interferone: cosa succede nell'organismo

La scoperta riguarda soprattutto la cosiddetta immunità innata, cioè la prima linea di difesa dell'organismo. È una risposta rapida e non specifica, diversa dall'immunità adattativa che costruisce una memoria contro un determinato antigene.

Il punto è che questa prima risposta non parte sempre dallo stesso livello. Alcune persone hanno una firma immunitaria basale più marcata associata agli interferoni. Lo studio suggerisce che questa caratteristica possa predisporre a una maggiore reattogenicità, termine utilizzato per indicare la comparsa di reazioni locali o sistemiche dopo una vaccinazione.

“Più attiva è la risposta naturale all'interferone di una persona, anche prima della vaccinazione, più pronunciate saranno probabilmente le sue reazioni alla vaccinazione”, ha spiegato Natacha Madelon, prima autrice della ricerca e ricercatrice presso il Center for Vaccinology dell'UNIGE.

Perché questa differenza esista non è ancora completamente chiarito: gli autori indicano tra le possibili spiegazioni fattori genetici, caratteristiche del microbioma o precedenti episodi infiammatori, ma si tratta di ipotesi che richiedono ulteriori verifiche.

Qui c’è un dettaglio tecnico interessante: non è tanto la presenza dell'interferone in sé a essere stata indicata come causa dei sintomi, quanto l'associazione tra una maggiore attività preesistente della risposta interferonica e una maggiore intensità delle reazioni osservate.

Perché la seconda dose può dare più sintomi

Molte persone hanno sperimentato una sensazione precisa: prima dose quasi impercettibile, seconda accompagnata da stanchezza, febbre o dolori più evidenti.

La ricerca offre una possibile spiegazione, ma con una precisazione importante. Il meccanismo è stato osservato negli animali, non ancora dimostrato nello stesso modo negli esseri umani.

Dopo la prima vaccinazione, il sistema immunitario adattativo costruisce anticorpi e cellule T capaci di riconoscere l'antigene. Quando arriva una dose successiva, questa memoria può contribuire ad attivare più rapidamente alcune cellule dell'immunità innata, tra cui i monociti.

I monociti sono globuli bianchi coinvolti nelle risposte infiammatorie. In questo caso possono essere immaginati come una squadra di pronto intervento: una volta richiamati sul luogo dell'iniezione, contribuiscono ad amplificare il segnale infiammatorio e a richiamare altre cellule.

È questo uno dei meccanismi proposti dai ricercatori per spiegare perché la seconda somministrazione possa essere accompagnata da sintomi più intensi. Ma non va trasformato in una regola universale: la risposta individuale rimane variabile.

Avere più sintomi significa che il vaccino funziona meglio?

No. La presenza di febbre, stanchezza o dolore al braccio non costituisce un indicatore affidabile dell'efficacia della vaccinazione. Allo stesso modo, non avere alcun sintomo non significa che il sistema immunitario non abbia risposto.

Lo sottolinea esplicitamente Arnaud Didierlaurent, professore associato al Center for Vaccinology dell'UNIGE e tra gli autori dello studio: “Una reazione lieve, o persino l'assenza di sintomi, non indica che il vaccino sia meno efficace”.

La distinzione è rilevante perché reattogenicità e protezione immunitaria non sono la stessa cosa. La prima riguarda ciò che una persona avverte dopo la somministrazione; la seconda riguarda la capacità della risposta immunitaria di riconoscere e contrastare il bersaglio contro cui il vaccino è stato progettato.Un paziente che si fa fare una vaccinazione

Un esempio concreto: due persone possono ricevere la stessa dose e una può trascorrere la giornata senza particolari disturbi, mentre l’altra può avere febbre e forte stanchezza. Da questa differenza non è possibile dedurre quale delle due abbia sviluppato una protezione migliore.

Cosa resta da capire sulla variabilità individuale

Va detto che il nuovo lavoro non chiude la questione. Al contrario, apre alcune domande.

La prima riguarda quanto sono generali i risultati. I partecipanti erano 51 adulti sani e la ricerca si è concentrata su due dosi di un vaccino a mRNA contro Covid-19. Non è quindi possibile estendere automaticamente gli stessi meccanismi a ogni vaccino, a ogni fascia d’età o a ogni condizione clinica.

La seconda riguarda il ruolo effettivo dei fattori che potrebbero determinare la diversa attività dell'interferone. Genetica, microbioma e storia infiammatoria sono elementi indicati dagli stessi ricercatori come possibili contributi, non come cause già dimostrate.

C’è poi un altro limite da tenere presente: parte del meccanismo ipotizzato per la maggiore reazione alla seconda dose deriva da esperimenti condotti su modelli animali. L'UNIGE specifica infatti che il gruppo di ricerca sta cercando di verificare se gli stessi processi si osservino anche con altri tipi di vaccino.

Trasformare un meccanismo biologico ancora in fase di studio in una previsione individuale sarebbe un salto che la ricerca, oggi, non consente.

La ricerca verso vaccini meglio tollerati

A conti fatti, il valore dello studio sta soprattutto nel tentativo di separare due fenomeni che spesso vengono messi nello stesso calderone: la risposta immunitaria necessaria a costruire protezione e quella parte della risposta che contribuisce ai sintomi temporanei.

Capire questa distinzione potrebbe orientare, in futuro, lo sviluppo di formulazioni capaci di mantenere una risposta immunitaria efficace riducendo, quando possibile, la reattogenicità. È una prospettiva di ricerca, non un risultato clinico già disponibile.

Per ora, dunque, la variabilità resta una caratteristica normale della risposta alla vaccinazione. Una persona può avere sintomi marcati, un'altra quasi nessuno. Il nuovo studio suggerisce che una parte della spiegazione possa trovarsi nel modo in cui il sistema immunitario è “impostato” ancora prima dell'iniezione. Eppure, per trasformare questa osservazione in uno strumento capace di prevedere la reazione del singolo individuo serviranno altri studi, su gruppi più ampi e con vaccini differenti.

Fonti:

  • Science Translational MedicineBaseline interferon signaling in monocytes and antibody-mediated innate activation are associated with reactogenicity to mRNA vaccines
  • UniGe.chVaccination: why don’t we all experience the same side effects?
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