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Perché fare l’amore mantiene in salute

Paolo Pate | Blogger

Ultimo aggiornamento – 09 Marzo, 2015

Perché fare l’amore mantiene in salute

Una nuova teoria sembra confermare che la riproduzione sessuale sia una modalità migliore per il trasferimento di geni rispetto alla riproduzione asessuata. Recentemente alcuni scienziati hanno infatti acquisito ulteriori strumenti di ricerca per mettere in connessione mutazioni genetiche e casi di malattia.

Diversi tipi di riproduzione

La maggior parte degli animali e molte piante si riproducono sessualmente. Mentre per l’uomo la riproduzione può essere percepita anche come un piacere e un divertimento, per molte altre specie si tratta di un momento rischioso in cui si spendono molte energie e si può addirittura morire. Eppure la riproduzione sessuale deve comportare dei vantaggi, altrimenti creature che si riproducono asessualmente avrebbero preso il sopravvento sulle altre già da molto tempo.

Riproduzione tra mutazioni e cromosomi

Una teoria sostiene che il rimescolamento dei cromosomi geneticamente diversi dei genitori aiuti a combattere con più efficacia i parassiti, causa di molte malattie, perché un genoma maggiormente diversificato è molto più utile per rispondere alle mutevoli condizioni ambientali. Quando un individuo di una specie asessuale ha una mutazione, il gene viene trasmesso a tutta la sua progenie. Poiché la maggior parte delle mutazioni che alterano le proteine ​​sono nocive, questo non rappresenta un bene per la sopravvivenza della specie.

Nella riproduzione sessuale, invece, avviene che alcuni figli abbiano più mutazioni, altri meno. Quelli con meno mutazioni in genere si sviluppano bene, mentre quelli con più mutazioni tendono a morire. In questo modo, la popolazione si mantiene nel complesso sana. Tuttavia, anche i migliori modelli matematici costruiti su questa ipotesi richiedono maggiori certezze per poter confermare i reali benefici che fare l’amore porta al nostro organismo.

In proposito, le prove che attualmente coinvolgono le specie viventi sono abbastanza controverse.

La ricerca

Filippo Awadalla dell’Università di Montreal ha pubblicato su Nature Genetics nuove convincenti prove per spiegare l’ipotesi di questa diversa mutazione. I genomi dei genitori non si ricombinano in modo uniforme: alcuni segmenti si combinano spesso, mentre altri soltanto una volta nell’arco di molte generazioni.

Secondo Awadalla, se l’ipotesi fosse corretta, le parti del nostro genoma che raramente si combinano tra loro dovrebbero avere più mutazioni. Le mutazioni si accumulano da genitore a figlio in questi tratti di cromosoma finché non si verifica infine una ricombinazione.

Ma dal momento che queste mutazioni poggiano su segmenti meno dinamici del nostro genoma, il processo può potenzialmente richiedere molte centinaia di generazioni”, sostiene Awadalla. Identificando le parti del genoma che raramente si combinano, Awadalla fornisce importanti informazioni agli scienziati impegnati a cercare malattie originate da mutazioni genetiche.

Invece di sondare l’intero genoma umano, infatti, i ricercatori possono concentrarsi su piccole parti che costituiscono un terzo del genoma e che hanno più probabilità di ospitare mutazioni. Le mutazioni che avvengono in queste aree, sempre secondo Awadalla, tendono ad essere molto più gravi rispetto a quelle che accadono in altre parti del genoma.

Lo studio del dottor Awadalla è stato compiuto coi genomi di quattro popolazioni e si è scoperto così che la differenza tra le zone in cui avvengono più o meno mutazioni è minore nel ceppo africano rispetto a quello europeo. Secondo altri autori della ricerca, ciò dimostrerebbe che diverse etnie possono modificare la velocità con cui le mutazioni vengono rimosse in brevi periodi evolutivi.

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