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Parto naturale

Parto naturale
Curatore scientifico
Dr.ssa Gloria Negri
Specialità del contenuto
Ginecologia

Che cosa si intende per parto naturale?

Il parto può distinguersi in "eutocico" o "fisiologico" o “naturale”, se avviene spontaneamente, oppure in "distocico" o "non fisiologico" se, in seguito a complicazioni, è necessario l'intervento medico.

Secondo altre interpretazioni, il parto è naturale se rispetta i tempi della donna, dalle posizioni che desidera assumere alle scelte che fa durante il travaglio insieme al suo compagno: l'importante è che lei sia al centro di questo processo.

Quali sono le fasi del parto naturale?

Secondo la suddivisione più classica, il parto si compone di quattro momenti:

  1. prodromico, ovvero il periodo di preparazione;
  2. dilatante;
  3. espulsivo;
  4. secondamento, cioè di espulsione della placenta.

Altri sistemi di classificazione individuano solo tre fasi, considerando le fasi dilatante ed espulsiva come parte di un unico periodo di travaglio attivo, le cui fasi si ridurrebbero a:

  1. prodromica (il periodo di preparazione);
  2. dilatante ed espulsiva;
  3. secondamento.

1. Fase prodromica

È una fase di preparazione, nella quale i tessuti della mamma si preparano al passaggio e all'uscita del bambino. Nel complesso, può durare da poche ore a qualche giorno: difficile capire quando inizia, perché non sempre è caratterizzata da segnali precisi. A volte passa addirittura inosservata, mentre in molti casi si accompagna a contrazioni preparatorie, che sono abbastanza irregolari e più o meno intense, ma sopportabili.

In questa fase, un po' per volta, il collo dell'utero si appiana, accorciandosi e assottigliandosi, fino ad assumere l'aspetto di un disco sottile. Per rendere l'idea, l'utero, che inizialmente ha la forma di una pera rovesciata, assume la forma di un'arancia, che consente di dare il via alla dilatazione.

2. Fase dilatante


È l’inizio del travaglio vero e proprio, il momento in cui in genere si va in ospedale. Esso si distingue dal periodo prodromico per la tipologia di contrazioni, che diventano più dolorose e regolari. Si parla di travaglio vero e proprio quando le contrazioni si verificano all'incirca ogni cinque minuti e durano circa 40-60 secondi.

Per quanto riguarda la durata di questa fase, non ci sono certezze: i tempi sono molto variabili da donna a donna e dipendono da vari fattori, per esempio le caratteristiche materne, come la struttura fisica e la forma del canale del parto, ma anche componenti psicologiche, caratteristiche fetali, come le dimensioni, luogo in cui si partorisce e modalità di assistenza. In altre parole, anche il modo in cui viene vissuto il travaglio può influire sulla sua durata.

In questa fase, sotto lo stimolo delle contrazioni, il collo dell'utero si dilata progressivamente fino a raggiungere quella che viene considerata una dilatazione completa, pari a 10 cm. Intanto, la testa del bambino comincia a scendere lungo il canale del parto. In molti casi, il momento del travaglio è quello in cui avviene la rottura delle membrane, che a volte, però, può verificarsi anche prima.

3. Fase espulsiva

È la fase della nascita e corrisponde al tempo in cui il feto percorre il canale del parto per uscire dal corpo della mamma. In realtà, prima del periodo espulsivo vero e proprio c'è una fase di transizione, detta "latenza", che è come una pausa di riposo prevista dalla natura prima dello sprint finale: dura circa mezz’ora e sembra che le contrazioni si fermino e che il travaglio si sia bloccato, anche se la progressione del bambino sta continuando.

Finito l’intervallo, la donna comincia ad avvertire i premiti, cioè una sensazione impellente di spingere, come se dovesse scaricarsi. Anche per questa fase, la durata è molto variabile: se si tratta del primo parto e non ci sono segni di sofferenza fetale, si può aspettare fino a due ore, o anche tre, se la partoriente ha fatto l’epidurale, mentre i parti successivi sono in genere più veloci.

E’ durante questo momento che il bambino sta scendendo lungo il canale del parto e, mentre lo fa, flette sempre più la testolina, con il mento verso il torace in modo da ridurre al minimo le sue dimensioni, e compie parziali rotazioni, per adattare i suoi diametri a quelli del bacino. Una volta uscita la testa, il piccolo, aiutato da un'altra contrazione della mamma, compie un'ultima rotazione, di circa 45 gradi, per liberare le spalle e finalmente uscire fuori.

4. Secondamento

Momento suddiviso in:

  • Clampaggio: è la recisione del cordone ombelicale. Il momento in cui questo avviene varia da ospedale a ospedale: alcuni lo fanno subito, altri dopo che il cordone ha smesso di pulsare (in genere ci vogliono 2-3 minuti), una condizione che viene considerata più fisiologica.
  • Secondamento: ovvero l'espulsione della placenta, che avviene in genere nel giro di 15-20 minuti, ma con ampie variazioni individuali. In alcuni casi, l'ostetrica può tentare di favorire l'espulsione con lievi pressioni sulla parete addominale, che vengono tuttavia sconsigliate in un'ottica di pieno rispetto della fisiologia del parto. In ogni caso, se entro un'ora non succede nulla, può essere necessario un intervento attivo, cioè l'estrazione manuale della placenta, che avviene in sala operatoria con anestesia generale.
  • Sutura eventuale: espulsa la placenta, è il momento della sutura di eventuali lacerazioni, spontanee o dovute ad episiotomia.
Durante tutto questo periodo, se non ci sono (rare) complicazioni che richiedono interventi particolari, in genere la mamma ha modo di incontrare il suo bambino, che le viene appoggiato sul petto, in attesa che venga affidato alle puericultrici per il lavaggio e i dovuti controlli che eseguirà il neonatologo. Di solito, dopo il parto la mamma rimane in sala parto per un paio d'ore con il suo piccolo: è un momento importante, in cui si mettono in atto meccanismi fisiologici di contrazione dell'utero, favoriti anche dalle prime suzioni al seno, che aiutano a ridimensionarlo e ad evitare emorragie.

Cosa è il travaglio?

Il travaglio, anche detto fase prodromica, è caratterizzato da contrazioni uterine a carattere inizialmente irregolare ma con una certa tendenza alla regolarizzazione con il passare delle ore.

Queste contrazioni sono diverse dalle contrazioni valide che identificano l'inizio del travaglio, e sono definite "contrazioni di Braxton Hicks", dal nome del medico inglese che le descrisse.

La frequenza e la durata di tali contrazioni varia a livello individuale. La donna avverte il dolore a livello della zona sovrapubica che può essere comparato al dolore del ciclo mestruale. Inoltre, può verificarsi l'espulsione del cosiddetto "tappo mucoso", assieme a piccole striature di sangue dovute alle iniziali modificazioni della cervice uterina.

L'inizio del travaglio può avvenire improvvisamente o gradualmente, e viene definito come regolare attività uterina in presenza di dilatazione della cervice. La durata di questa fase è molto variabile, anche in base a quando si stabilisce l'inizio. In genere dura circa 5-6 ore nelle nullipare, e anche meno nelle pluripare.

Cosa accade nell'ultima fase del parto?

L’ultima fase del parto è detta secondamento e comincia subito dopo l'espulsione del feto dall'utero materno e termina con l'espulsione degli annessi fetali ovvero placenta, cordone e membrane amniocoriali.

In genere, la placenta viene espulsa entro 20-30 minuti dall’espulsione del feto. Il limite fisiologico è di un'ora, poi si interviene con la rimozione manuale della placenta eseguita in anestesia generale (secondamento manuale). In seguito al secondamento la placenta e gli altri annessi fetali possono rimanere ancora attaccati al neonato per giorni fino al suo naturale distacco in quella che viene chiamata nascita con la placenta o “lotus birth”, pratica che è fortemente sconsigliata per problemi infettivi legati al fatto che la placenta, dopo il secondamento, è un tessuto morto.

Quali sono i pericoli del parto naturale?

L’aspetto del parto naturale che oggi impaurisce maggiormente le donne è il dolore del parto. E’ però importante per le future mamme arrivare gradualmente a capire l'utilità di un segnale doloroso che il nostro corpo dà attraverso un percorso di preparazione alla nascita.

Un dolore rispetto a cui, tra l'altro, la donna ha degli strumenti, come la respirazione o il sostegno dell'ostetrica e del compagno che le sono accanto. Ovviamente, questo non vuol dire che non si possa ricorrere, nel caso di complicanze, a strumenti farmacologici che possono aiutare nella gestione del dolore.
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