Avere un figlio bullo: guida per i genitori con i consigli dell'esperta

Mattia Zamboni | Seo Content Specialist

Ultimo aggiornamento – 05 Febbraio, 2024

Una madre parla con il figlio

Affrontare il fatto che il proprio figlio possa essere un bullo è, senza dubbio, un argomento delicato: la reazione e la gestione della situazione dipendono da vari fattori, come l'età del bambino, la gravità del comportamento e le diverse cause sottostanti.

Cerchiamo di approfondire i vari scenari, aiutati e guidati dalla Dr.ssa Roberta Berici – Psicologa, esperta in Disturbi Specifici dell'Apprendimento e difficoltà scolastiche.

Perché mio figlio è un bullo?

Una volta accertata la situazione di conflitto, l'intervento dovrebbe avvenire coinvolgendo tutti gli adulti di riferimento presenti nei contesti frequentati dall’adolescente: la collaborazione con gli altri è essenziale, ma bisogna evitare atteggiamenti difensivi.

La vera chiave sta nell’adottare un approccio collaborativo e far loro comprendere la necessità di assumersi le proprie responsabilità.

In contemporanea, è opportuno che i genitori intraprendano un dialogo con i propri figli per comprendere le motivazioni alla base dei loro comportamenti; parallelamente, è essenziale incoraggiarli a riflettere sugli impatti delle loro azioni.

Come prima cosa, dunque, è essenziale affrontare il problema con empatia: in questi casi, il ruolo del genitore dovrebbe essere quello di cercare di capire cosa sta spingendo il proprio figlio a comportarsi in tal modo.

Potrebbero esserci problemi emotivi, difficoltà relazionali o familiari, problemi di autostima; la comunicazione è fondamentale, parlare apertamente e senza giudizio per capire i motivi dietro il comportamento.

A livello preventivo, è importante educare all’empatia verso gli altri, al rispetto e all’apertura nei confronti del prossimo senza alcuna forma di discriminazione.

La dr.ssa Berici aggiunge cheper prevenire, innanzitutto, è fondamentale riconoscere il bullismo, in quanto è un fenomeno complesso e delicato che presenta alcune caratteristiche peculiari:

  • la sistematicità, ovvero la presenza di atti ricorrenti e ripetuti nel tempo; 
  • l’asimmetricità di potere tra bullo e vittima; 
  • l’intenzionalità di arrecare danno o disagio.

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Gli attacchi possono essere:

  • fisici diretti, come spintoni, percosse, danneggiamento di oggetti altrui, sputi, molestie sessuali;
  • verbali diretti, ad esempio minacce, offese, prese in giro, soprannomi;
  • verbali indiretti, come pettegolezzi, calunnie, isolamento sociale.

Tra le forme di bullismo da diversi anni vi è anche il cyberbullismo, ovvero la diffusione di materiale in cui si intimidisce, ricatta o prevarica attraverso i social network o le chat sul cellulare (in questa categoria rientra anche il fenomeno del sexting che consiste nello scambio di messaggi sessualmente espliciti e di foto o video a sfondo sessuale).

Da sottolineare anche il fatto che non si tratta di un fenomeno a due (bullo vs vittima), ma vi sono anche altri protagonisti che sostengono e favoriscono il proseguimento del fenomeno.

Come è evidente, dunque, non è semplice accorgersi di questi fenomeni e la prevenzione è di fondamentale importanza sia da parte della famiglia che da parte della scuola.

Questo perché si è notata una forte correlazione tra mancanza di empatia e aggressività: i bambini, o i ragazzi, che prevaricano i propri compagni manifestano deficit nelle capacità empatiche, in quanto non si rendono conto delle sofferenze che causano in coloro che subiscono le prepotenze.

Anche i genitori possono mettere in atto modalità preventive a casa, allertandosi se si accorgono dell’esistenza di alcuni campanelli d’allarme.

Ad esempio, il proprio figlio potrebbe essere:

  • incapace di esprimere la propria rabbia in modo costruttivo;
  • manifestare un atteggiamento aggressivo nei confronti di un genitore;
  • non riuscire a rispettare le regole;
  • presentare uno scarso rendimento scolastico e avere atteggiamenti arroganti verso i professori.

Molti programmi di prevenzione del bullismo nelle scuole, infatti, sono incentrati sullo sviluppo e l’accrescimento delle capacità empatiche, al fine di favorire i processi di identificazione reciproca fra compagni”.

Un bambino triste seduto in mezzo al corridoio di una scuola

Dopo una prima fase di dialogo, può sempre essere utile coinvolgere esperti per aiutare l’adolescente a comprendere l'impatto del suo comportamento e sviluppare un senso di responsabilità: occorre stabilire chiari limiti e conseguenze per il comportamento di bullismo.

Dovrebbe esserci una chiara dichiarazione che il bullismo non è accettabile, ricordando che gli episodi di bullismo (e le loro ripercussioni) andranno a interessare il benessere di tutti i soggetti coinvolti – il bullo, le vittime e le famiglie.

Il modo in cui la società e le istituzioni affrontano il bullismo può avere un impatto significativo sulla sua prevenzione e gestione. È importante considerare come le scuole possono implementare programmi educativi che promuovano l'empatia, la tolleranza e l'inclusione fin dalla giovane età.

Inoltre, come visto, il ruolo dei genitori nell'educare i propri figli su come relazionarsi con gli altri in modo rispettoso e empatico è cruciale (tutto ciò include il monitoraggio dell'uso di internet e dei social media, dove il bullismo può manifestarsi in forme diverse e spesso sfuggire alla sorveglianza degli adulti).

La dr.ssa Berici prosegue: “Un ragazzo che si comporta da bullo esprime malessere, immaturità, insicurezza e scarsa autostima, nonostante possa sembrare il contrario; dunque, ha bisogno di aiuto al pari dei soggetti colpiti

Molte volte, invece, viene punito, isolato, condannato e non vengono messi in atto interventi per il suo recupero.

Fondamentale sarà intraprendere un percorso di sostegno psicologico individuale che coinvolga anche la scuola e il gruppo classe al fine di:

  • aumentare le competenze emotive e il riconoscimento emotivo dell’altro;
  • sollecitare la responsabilizzazione individuale e le azioni prosociali;
  • rinforzare i comportamenti positivi.

È importante ricordare che, se non si interviene precocemente, il rischio è che il bullo possa sviluppare disturbi comportamentali e della condotta, essere maggiormente esposto comportamenti illegali e avere difficoltà future a livello sociale e relazionale”.

Quali domande porre ad uno psicologo?

Dietro a episodi di bullismo si possono nascondere problemi familiari, emotivi, difficoltà relazionali o problemi di autostima.

In questi casi, è sempre utile rivolgersi a un esperto; ecco alcune domande che potrebbe essere interessante sottoporre a questa figura:

Quali strategie potrei adottare per affrontare questo comportamento in modo efficace?

In questo caso, si tratta di chiedere consigli su come affrontare il bullismo in modo costruttivo e sostenere il proprio figlio nel cambiare il comportamento.

Quali risorse e supporti sono disponibili per mio figlio e per la famiglia?

Può essere d’aiuto chiedere informazioni su programmi di counseling, terapie o altre risorse disponibili per affrontare il bullismo e per fornire supporto emotivo.

Come posso incoraggiare mio figlio a sviluppare empatia e rispetto per gli altri?

Chiedere suggerimenti su come promuovere valori di rispetto per prevenire comportamenti di bullismo è fondamentale.

Quali sono i segnali di miglioramento su cui dovrei concentrarmi?

Risulta fondamentale chiedere quali comportamenti o cambiamenti indicano che nostro figlio sta procedendo verso un comportamento più rispettoso e empatico.

Come posso gestire le conseguenze del bullismo in casa e nella comunità?

Si andranno a chiedere consigli su come affrontare le reazioni degli altri e gestire le conseguenze del bullismo, sia a livello familiare che sociale.

Rivolgersi a un esperto in materia può fornire non solo un'ottima comprensione del problema, ma anche un supporto pratico e strategie per affrontare questa situazione delicata.

Il parere dell’esperto

Secondo la dr.ssa Berici, l’idea che il proprio figlio possa essere un bullo può suscitare sgomento e incredulità nel genitore; tuttavia, l’atto di bullismo non può essere assolutamente minimizzato o in qualche modo giustificato.

Risulta fondamentale non lasciar correre, ma agire fin dai primi campanelli d’allarme per stroncare sul nascere problemi maggiori.

L’alleanza famiglia–scuola può acquistare forza nelle azioni di prevenzione del bullismo: lavorare sull’incremento dell’intelligenza emotiva nei ragazzi, in modo tale che essi possano riuscire a utilizzare in maniera funzionale l’emozione della rabbia, comprendendone innanzitutto il significato all’interno della fase del proprio ciclo di vita. 

A volte, potrebbe capitare che il genitore si chieda “magari il problema sono io”: la domanda è legittima, ma occorre ricordare che il mestiere del genitore è difficilissimo; la cosa importante è riuscire a “rimediare” e a tornare sui propri passi.

I comportamenti dei figli sono dati da una serie di elementi e non dipendono unicamente dall’educazione genitoriale ricevuta.

Ragazzi e genitori tendono a chiamare bullismo semplicemente un comportamento meschino.  Sicuramente questi atti comportano cattiverie rivolte ad un’altra persona, ma non necessariamente i cattivi sono anche dei bulli. Affrontare persone maleducate o scortesi è parte della vita ed è una cosa che tutti dovrebbero imparare a gestire.

Il bullismo, invece, è intenzionale, ripetitivo e dannoso e non va tollerato ma va fermato.

Mattia Zamboni | Seo Content Specialist
Scritto da Mattia Zamboni | Seo Content Specialist

Ho conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione con un particolare focus sullo storytelling. Con quasi un decennio di esperienza nel campo del giornalismo, oggi mi occupo della creazione di contenuti editoriali che abbracciano diverse tematiche, tra cui salute, benessere, sessualità, mondo pet, alimentazione, psicologia, cura della persona e genitorialità.

a cura di Dr.ssa Roberta Berici
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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