Training autogeno: un focus sui benefici

Redazione

Ultimo aggiornamento – 14 Dicembre, 2022

Scopriamo Cosa è Il Training Autogeno

Avete mai sentito parlare di training autogeno? Si tratta di una particolare tecnica di rilassamento efficace per chi soffre di ansia e depressione.

Sviluppato dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz, che si servì anche degli studi dei suoi predecessori, Abbé Faria ed Emile Coué, venne reso noto per la prima volta nel 1932.

Tramite il training autogeno vengono studiate le risposte psicosomatiche di alcuni pazienti sottoposti ad uno stato ipnotico, poiché - come aveva notato Schultz - a certe sensazioni sono associati determinati cambiamenti fisiologici nel corpo.

Ma attenzione, non è per tutti: in alcuni casi, meglio preferire altri approcci terapeutici. 

Scopriamone di più.

Cos’è il training autogeno?

Come accennato, si tratta di una tecnica di auto-rilassamento, ottenuta tramite la ripetizione (dapprima guidata e successivamente autonoma) di visualizzazioni mentali che inducono lo stato di rilassamento.

Tale stato viene indotto mediante la concentrazione passiva delle proprie percezioni corporee (come, ad esempio, calore delle braccia, pesantezza delle gambe, ecc.) a cui si aggiunge l’autosuggestione.

La differenza principale dall’ipnosi è che il paziente è autonomo ed indipendente nell’effettuarla.

Il motivo principale per cui ci si sottopone a questo trattamento è il miglioramento della gestione emotiva. Può essere utile nei seguenti contesti:

  • alleviare tutti i disturbi derivanti dallo stress (a prescindere dalla causa)
  • migliorare le performance sportive degli atleti (l’apnea subacquea, ad esempio, fa molto affidamento su questa tecnica).

Anche chi si serve delle tecniche di biofeedback fa riferimento alle tecniche di training autogeno: si tratta di aumentare la consapevolezza delle proprie funzioni fisiologiche con l’utilizzo di strumenti che monitorano le attività di tali funzioni.

Alla fine il soggetto riuscirà a mantenere tali cambiamenti anche senza alcuna attrezzatura per controllare alcune condizioni fisiologiche, tra cui:

  • tono muscolare; 
  • conduttanza della pelle; 
  • frequenza cardiaca;
  • percezione della temperatura e delle onde cerebrali.

Il training autogeno tramite biofeedback si è dimostrato particolarmente efficace nel trattamento del mal di testa e dell’emicrania.

Training autogeno: quando non farlo?

Nonostante le molte applicazioni del training autogeno, non è opportuno ricorrervi nei seguenti casi

  • soggetti con problemi cardiaci (come pazienti che hanno appena avuto un infarto);
  • persone con disturbi psicotici;
  • bambini con meno di 5 anni;
  • pazienti con sintomi che non possono essere controllati;

Prima di sottoporvi a questo trattamento, dunque, consultate lo specialista per verificare se non vi sono controindicazioni particolari.

I benefici del Training autogeno

Uno studio sul training autogeno (LACI., Spencer 2015 . Floatation: a guide for sensory deprivation, relaxation, & isolation tanks) dimostra che questa tecnica riesce a ristabilire l’equilibrio tra le attività simpatiche e parasimpatiche del nostro sistema nervoso.

Da ciò scaturiscono molteplici benefici per la salute, poiché vengono moderate le due diverse attività: 

  1. simpatica, che viene acutizzata se sono presenti sintomi ansiosi
  2. parasimpatica, responsabile dei processi digestivi, dei movimenti intestinali, dell’abbassamento della pressione sanguigna, del rallentamento della frequenza cardiaca e delle funzioni immunitarie.

Alcuni esercizi per il training autogeno

Schultz, ideatore del training autogeno, spiega che la tecnica si sviluppa attraverso alcuni esercizi standard:

  • Rilassamento muscolare (sottolineando la pesantezza, recitando ad esempio: “il mio braccio sinistro è pesante”).
  • Concentrazione passiva (con focalizzazione sulla sensazione di calore, ripetendo ad esempio: “il mio braccio sinistro è caldo”).
  • Iniziazione dell’attività cardiaca (con ripetizione di un mantra verbale tipo: “il mio battito è tranquillo e regolare”).
  • Concentrazione passiva sulla respirazione (con reiterazione di una formula verbale come: “sto respirando”).
  • Concentrazione passiva sul fresco posto sull’area cranica (sempre ripetendo qualcosa del genere: “la mia fronte è fresca”).

Ogni volta che si va ad aggiungere un esercizio a quelli già appresi andrebbero prima ripercorsi tutti i vecchi e solamente dopo provare ad inserire quello nuovo.

È consigliabile limitare la durata dei nuovi esercizi.

Per qualsiasi modifica alla sequenza delle formule, consigliatevi prima sempre con lo specialista, che potrà variarla secondo tre modelli:

  1. La riduzione delle formule (ad esempio, solo le formule relative a pesantezza e calore).
  2. L’insieme standard delle formule con una formula specifica, modificata.
  3. Insieme standard delle formule e l’aggiunta di una formula specifica per il problema in questione.

Se pensate che questa tecnica faccia al caso vostro, confrontatevi con una specialista per effettuare le prime sedute guidate. 

Buon rilassamento a tutti!

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a cura di Dr.ssa Giusy Messina
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