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Autolesionismo

Autolesionismo
Curatore scientifico
Dr. Martina Valizzone
Specialità del contenuto
Psicologia

Cos'è l'autolesionismo?

L’autolesionismo è un atto che implica il danneggiamento del proprio corpo attraverso lesioni autoinflitte, dirette e intenzionali, come tagliarsi o procurarsi delle bruciature.

Questi comportamenti sono messi in atto come conseguenza della difficoltà a gestire ed esprimere le proprie emozioni e il senso di frustrazione.

Il DSM-V (Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali) inserisce queste pratiche tra i disturbi diagnosticati generalmente per la prima volta nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza, in quanto l’adolescenza e la prima età adulta rappresentano le fasce di popolazione più colpite da questa patologia, che viene suddivisa in due categorie diagnostiche: “autolesionismo non suicidario” e “autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato”.

Come si manifesta l'autolesionismo?

Le manifestazioni tipiche delle condotte autolesionistiche comprendono una serie di segni e segnali sia fisici che comportamentali. Quelli fisici comprendono:

  • cicatrici;
  • bruciature;
  • tagli, incisioni sulla pelle, graffi, lividi o altre ferite;
  • bucare la pelle con oggetti appuntiti;
  • strapparsi i capelli;
  • irritazioni cutanee da sfregamento.

Per quanto riguarda le manifestazioni comportamentali e le caratteristiche di personalità dei soggetti autolesionisti, citiamo:

  • portare sempre con sé oggetti affilati;
  • indossare indumenti che coprono le braccia e le gambe anche quando fa caldo; 
  • serie difficoltà relazionali;
  • instabilità, impulsività e imprevedibilità emotiva e comportamentale;
  • scarsa fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. 

Le pratiche autolesive vengono solitamente messe in pratica nella forma di rituali di controllo, realizzati sempre allo stesso modo e che lasciano un segno o una lesione sulla pelle.

Statisticamente le aree del corpo più colpite da atti di autolesionismo sono zone che possono essere facilmente nascoste e/o non visibili dagli altri, come braccia, gambe e torso, malgrado questo ogni parte del corpo può essere un possibile bersaglio di questi atti.

A quale età si diventa autolesionisti?

L’autolesionismo è una pratica purtroppo molto diffusa tra gli adolescenti e i giovani adulti.

L’incidenza di tale fenomeno in queste fasce di età oscilla tra il 15-20%, mentre l’epoca di esordio dei primi comportamenti autolesionisti si aggira intorno ai 13 e i 14 anni, con una prevalenza del 22% nel sesso femminile.

Numerosi studi hanno dimostrato come l’autolesionismo sia spesso associato ad altri tipi di comportamenti autolesivi, come l’abuso di sostanze stupefacenti o alcol ma anche a depressione, stress, ansia e disturbi del comportamento alimentare

Quali sono le cause dell'autolesionismo?

Non c'è una singola causa in grado di spiegare questa patologia, piuttosto possiamo parlare di una concatenazione di fattori e di eventi, il più delle volte traumatici.

Si tratta di persone che possono aver subito abusi di tipo fisico, psicologico o sessuale, di soggetti vittime di bullismo, che vivono situazioni altamente conflittuali in ambito familiare o in cui vi è la presenza di altre patologie psichiatriche.

Attraverso la messa in atto di un comportamento autolesivo il soggetto solitamente prova a:

  • gestire o ridurre l’ansia e lo stress alla ricerca di un senso di sollievo;
  • scaricare la rabbia e la frustrazione;
  • cercare una distrazione dalla propria sofferenza emotiva attraverso l’esperienza del dolore fisico;
  • riacquisire il controllo del proprio corpo o delle proprie emozioni o sensazioni;
  • comunicare il proprio malessere interiore, non altrimenti esprimibile.

Quali sono i fattori di rischio?

Alcune condizioni o fattori sono in grado di aumentare il rischio di mettere in atto condotte autolesive, tra questi citiamo:

  • l’età: gli adolescenti e i giovani adulti sono, come abbiamo visto, i soggetti più a rischio;
  • avere amici o partner autolesionisti: frequentare soggetti che manifestano comportamenti autolesivi aumenta il rischio di imitare questo stesso tipo di condotta;
  • aver vissuto eventi traumatici;
  • soffrire di altre patologie psichiatriche: come il disturbo borderline della personalità, la depressione, l’ansia, il disturbo post traumatico da stress oppure i disturbi del comportamento alimentare;
  • fare abuso di alcol o di sostanze stupefacenti.

Sempre in tema di fattori di rischio: i comportamenti autolesivi aumentano il rischio di suicidio, soprattutto nella fascia d’età adolescenziale; le condotte che inducono a danneggiare il proprio corpo hanno infatti un’elevata probabilità di trasformarsi in un tentativo di suicidio.

Esiste una terapia per l'autolesionismo?

Sì, esistono terapie efficaci per il trattamento dell’autolesionismo. Le più efficaci nella cura di questo disturbo sono: 

  • psicoterapia: ad indirizzo cognitivo-comportamentale, ad indirizzo psicodinamico oppure sistemico-relazionale. Questi approcci seppur con tecniche diverse, sono volti ad identificare e gestire le problematiche sottostanti i comportamenti autolesionisti, regolare il carico emotivo, sviluppare e migliorare le relazioni interpersonali e sociali, sviluppare capacità di problem solving; 
  • terapie farmacologiche: malgrado attualmente non esistano terapie farmacologiche mirate alla cura delle condotte autolesioniste, sono frequentemente prescritti farmaci antidepressivi e rilassanti, usati allo scopo di ridurre la compulsione a ferirsi o farsi del male;
  • trattamento sanitario: nei casi più severi, è consigliabile un periodo di osservazione in ospedale, in grado di garantire un ambiente protetto e prevenire eventuali comportamenti autolesivi. Qualora lo si ritenga opportuno e la situazione lo consenta, è possibile seguire il trattamento a livello ambulatoriale, che permette un monitoraggio costante degli effetti del trattamento sul paziente.

Essendo una patologia che comporta severe e ripetute lesioni e che spesso si manifesta come parte di una sintomatologia più estesa, è bene rivolgersi ad un professionista della salute mentale (psicologo, psicoterapeuta o psichiatra) il prima possibile per evitare che il disturbo diventi cronico.

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