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Vaccino anticovid

Vaccino anticovid
Curatore scientifico
Redazione Pazienti
Specialità del contenuto
Microbiologia e virologia

Vaccino per il coronavirus

I vaccini salvano milioni di vite ogni anno, istruendo le difese immunitarie a riconoscere e combattere i virus e i batteri potenzialmente nocivi. Una volta vaccinati, se l'organismo si trova è esposto a tali virus e germi che causano la malattia, risulta immediatamente pronto a distruggerli, prevenendo così lo sviluppo della malattia.

Il vaccino anticovid costituisce dunque la tanto attesa cura definitiva del coronavirus: esso è capace di rendere l'organismo in grado di produrre gli anticorpi specifici verso il virus inoculato: soltanto in questo modo il paziente è infatti in grado di costruire difese virali in maniera sicura.

Più nel dettaglio, il vaccino a mRNA per il coronavirus va somministrato due volte a distanza di almeno 21 giorni nel caso di Pfizer e a distanza di 28 nel caso di Moderna, mentre il vaccino Johnson & Johnson, come è noto, è monodose e dunque non prevede il richiamo.

Attualmente, comunque, sia su consiglio che su raccomandazione di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) che del Ministero della Salute, è possibile  dilatare le tempistiche delle seconde dosi, purché non si superi un intervallo di 42 giorni, per entrambi i vaccini anticovid a mRNA.

Per quanto riguarda il vaccino di Vaxzevria di Astrazeneca, il richiamo deve invece essere effettuato nel corso della 12esima settimana (da 78 a 84 giorni) dalla prima somministrazione. Ad oggi, però, in Italia il vaccino di AstraZeneca è stato sospeso per gli under 60. Tuttavia, chi già ha ricevuto la prima dose del vaccino e non ha mostrato problemi circolatori, può sottoporsi anche alla seconda somministrazione; gli over 60 possono invece continuare con il regolare ciclo vaccinale.
 
L'immunizzazione si raggiunge dopo una settimana dall'inoculazione del richiamo. Attualmente, inoltre, è anche percorribile la possibilità di interscambio vaccinale con altri tipi di vaccino che neutralizzano il coronavirus: chi si sottopone alla prima dose di vaccino Moderna, per esempio, può ricevere la seconda dose di Pfizer.

Il vaccino anticovid AstraZeneca prevede l'inoculazione di mezza dose e dopo un mese il richiamo con una dose completa. Anche il vaccino anticovid Moderna prevede la somministrazione di una doppia dose a distanza di un mese.

Ogni tipo di vaccino anticovid, inoltre, viene somministrato tramite iniezione intramoscolare sul braccio, in particolare nel deltoide. Infine la durata dell'efficacia di questi vaccini varia dai 6 ai 12 mesi.

Vaccino antiCovid: dosi

Come detto, quindi, nessun vaccino antiCovid disponibile risulta efficace con una sola iniezione, con l'eccezione di quello monodose prodotto da Johnson&Johnson. Il vaccino Pfizer, per esempio, necessita di una seconda dose (o richiamo) che può andare da tre a sei settimane dal primo inoculamento.

In questo modo, l'immunità inizia a formarsi a partire dal dodicesimo giorno, e la piena immunità al coronavirus si acquisisce dopo 28 giorni dall'iniezione della prima dose.

Pertanto, dato che l'efficacia del vaccino contro il Covid si attiva sette giorni dopo la seconda dose, le notizie su persone che si infettano una settimana dopo la prima dose di vaccino sono poco rilevanti nel determinare l'effettivo funzionamento del vaccino. Ricordiamo, infine, che il vaccino Pfizer ha dimostrato una efficacia del 95%, relativa alla ripresa da sintomi gravi. Sebbene l'efficacia relativa al non infettarsi non sia completamente documentata, dunque potrebbero verificarsi infezioni occasionali, resta il fatto che i vaccini servono proprio ad allenare il sistema immunitario a riconoscere e contrastare i virus

Vaccino per il coronavirus: chi può farlo

Il vaccino antiCovid può essere somministrato a chi ha più di 16 anni. Al contrario, non può vaccinarsi chi è incinta e in fase di allattamento. Infine, le donne in età fertile che desiderano figli dovrebbero evitare di ricercare una gravidanza per i due mesi successivi al richiamo

Vaccino anticovid mRNA

Il vaccino contro il coronavirus a mRna attualmente è quello prodotto dall'azienda Pfizer. A differenza dei vaccini convenzionali, che sono prodotti utilizzando forme indebolite del virus, i vaccini a RNA possono essere costruiti rapidamente a partire dal codice genetico del virus patogeno.

Molti vaccini standard funzionano invece iniettando nel corpo una forma morta o indebolita dell'agente patogeno; in questo modo si stimola l'immunità specifica rispetto a quel tipo di virus: l'antigene, infatti, addestra il sistema immunitario a riconoscere e rispondere all'agente infettivo che è stato inoculato.

I vaccini a RNA funzionano introducendo nel corpo una sequenza di RNA messaggero (mRNA) che contiene le istruzioni genetiche per le cellule della persona vaccinata per produrre gli antigeni del vaccino e generare così una risposta immunitaria.

Così facendo, un po' del coronavirus risulta prodotto nell'organismo, che viene poi riconosciuto come estraneo, portando il sistema immunitario a rispondere. Prima dell'approvazione del Regno Unito, un vaccino a mRna non era mai stato approvato per gli esseri umani.

Vaccino anticovid a subunità

Il vaccino di Sanofi è un vaccino a subunità, in cui nel soggetto viene inoculata una piccola porzione del virus (una piccola unità, appunto) per stimolare il sistema immunitario al suo riconoscimento e successiva eliminazione. 

Vaccino anticovid a vettori

Il vaccino contro il Covid-19 prodotto da AstraZeneca, dal nome Vaxzevria, è detto "a vettori", in quanto utilizza dei virus (nello specifico, l'Adenovirus, che non può replicarsi) per portare nell’ospite materiale genetico del Coronavirus. In questo modo vengono prodotte delle proteine antigeniche (la proteina Spike), lette come estranee dall'organismo, per innescare la risposta immunitaria.

Vaccino per Covid e allergie

Prima della somministrazione del vaccino per il coronavirus bisogna valutare insieme al proprio medico le eventuali reazioni allergiche. Chi le ha sperimentate da una precedente somministrazione di vaccino deve avvisare il medico, insieme a chi ha:

  • febbre in corso o presenza di grave malattia (ma non in caso di febbri intermedie e raffreddore);
  • immunodepressione;
  • disturbi della coagulazione del sangue o utilizzo di farmaci anticoagulanti.
Ricordarsi, infine, che è sempre buona norma segnalare al medico qualsiasi reazione allergica che può includere:

  • fiato corto;
  • arrossamento della pelle;
  • rigonfiamento della lingua o del viso.

Vaccino anticovid: effetti collaterali

Tra i ricorrenti effetti collaterali del vaccino anticovid (che si manifestano in più del 10% delle persone che effettuano il vaccino) si annoverano: 

  • dolore e arrossamento nella zona dove viene effettuata l'iniezione;
  • sensazione di stanchezza;
  • nausea;
  • mal di testa;
  • dolori muscolari;
  • dolori articolari;
  • brividi;
  • febbre. 
Tra gli effetti collaterali insoliti (riscontrati nell'1% del campione che si è sottoposto al vaccino) troviamo:

Vaccino e nuove varianti del Covid

Come è noto, i virus mutano enuove varianti si sviluppano grazie al normale processo evolutivo e di adattamento. In particolare, diverse varianti genomiche del virus SARS-CoV-2 sono state individuate già dal luglio 2020. 
 
Attualmente sono in circolazione cinque varianti: inglese, sudafricana, brasiliana, italiana  e indiana. Quelle che destano maggiore preoccupazione sono la variante inglese, nota per la elevata presenza di mutazioni e la rapidità di trasmissione, e la variante brasiliana o P.1. Essa, infatti, possiede 17 mutazioni uniche, tre delle quali sono presenti sulla proteina Spike, con la possibilità che né gli anticorpi naturali né quelli formati grazie al vaccino possano riconoscere e neutralizzare questa variante.
 
Le maggiori preoccupazione a carico delle varianti riguardano dunque un possibile aumento di virulenza, della sua trasmissibilità, nonché dell’inefficacia delle terapie, soprattutto per quanto riguarda il vaccino anticovid.
 
I vaccini attualmente disponibili, tuttavia, consentono al sistema immunitario di neutralizzare la capacità della di proteina Spike di agganciarsi alle cellule dell’organismo per inoculare il virus.
 
Dunque, il virus dovrebbe mutare in maniera drastica e rapidissima per sfuggire alla risposta immunitaria innescata dal vaccino. Tale eventualità risulta davvero molto remota e, anche se si dovesse riscontrare una forte diminuzione dell’efficacia vaccinale contro le nuove varianti, sarebbe comunque possibile modificarne velocemente la composizione, in modo da contrastare anche le nuove mutazioni.

Recente è poi la notizia che non è necessaria una nuova formulazione del vaccino Pfizer affinché risulti efficace anche contro le varianti.

Vaccini anticovid ed efficacia

L’efficacia di un vaccino è un dato espresso in termini percentuali. Sembrerebbe quindi ragionevole preferire un vaccino che presenta un valore più alto di efficacia vaccinale rispetto a uno con efficacia percentuale più bassa.

Per quanto riguarda i vaccini anti-covid, la loro l’efficacia viene stabilita durante la fase 3 che prevede la inoculazione del vaccino su volontari selezionati da una ampia campionatura demografica, a metà dei quali è però somministrato un placebo. La fase tre consiste dunque principalmente di un monitoraggio di questi tester.

L’efficacia al 95% di Pfizer, ad esempio, è stata calcolata su 43mila persone, di cui solo 170 sono risultati positivi a Covid-19. Di questi, poi, 162 provenivano da chi aveva ricevuto il placebo, mentre i restanti otto da chi si era sottoposto a vaccinazione. L’efficacia al 95% dipende quindi da queste ultime otto casistiche di positivi.

Se, invece, nel gruppo di persone che avevano assunto il placebo fossero stati presenti tutti i casi di Covid-19, l’efficacia del vaccino anticovid sarebbe stata del 100%. Infine, se i positivi fossero risultati di pari numero in entrambi i gruppi, l’efficacia vaccinale sarebbe stata dello 0%.

Dunque, il reale significato di efficacia vaccinale non è intuitivo, perché risulta relativo alla protezione individuale: la percentuale di 95% correlata al vaccino Pfizer non vuol dire che se 100 persone riceveranno il vaccino, se ne ammaleranno 5. Significa, invece, che ciascun paziente vaccinato ha il 95% di probabilità in meno rispetto a un soggetto non vaccinato di essere contagiato da SARS-CoV-2.

Dato poi che ogni trial clinico (o, per intenderci, ogni fase 3) è a sé e viene condotta in un momento specifico, non ha senso comparare tra loro le percentuali di efficacia dei diversi vaccini.

Moderna e Pfizer hanno condotto i test durante l’estate 2020 negli Stati Uniti, una momento in cui la situazione risultava relativamente controllata. Johnson & Johnson ha invece condotto le sperimentazioni in Sudafrica e Brasile durante l'autunno, in un momento in cui non solo i dati dei contagi erano di nuovo aumentati esponenzialmente, ma risultavano presenti anche nuove varianti, specie quella africana nel corso dei trial in Sudafrica. L’efficacia del vaccino Johnson&Johnson è del 64%, ma il dato risulta molto buono se si prendono in considerazione le condizioni in cui è stato rilevato.

L’efficacia vaccinale dunque è un valore che va letto con grande attenzione, e che risulta sconsigliabile da utilizzare come metro di comparazione tra vaccini differenti, proprio perché i trial non vengono condotti nello stesso tempo, né nello stesso modo, né nello stesso campione demografico.

Vuoi saperne di più? Ascolta il podcast su Covid-19: un anno dopo

Marzo segna un anno esatto dall’inizio della pandemia. Pazienti.it ha quindi realizzato un podcast sul Covid-19, non dal punto di vista medico della patologia in sé, ma da quello umano di chi ne ha fatto esperienza da vicino. Il professor Bonfanti, primario di infettivologia del San Gerardo di Monza, una paziente incinta, un paziente ex sportivo e un italiano in Cina ci raccontano come hanno vissuto questo periodo senza precedenti. Clicca qui per ascoltarlo.

Per maggiori informazioni sui vaccini anti-Covid, invitiamo a visitare il portale ufficiale del Ministero della Salute, cliccando qui .
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