Claustrofobia

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La claustrofobia è un disturbo d’ansia e, secondo la classificazione del DSM 5, è da considerarsi una fobia specifica che si manifesta con una paura irrazionale (che può culminare in un attacco di panico) di non avere nessuna via di scampo o di essere rinchiusi in ambienti ristretti.

Che cos'è la claustrofobia?

Claustrofobia | Pazienti.it

La claustrofobia è la paura dei luoghi chiusi e ristretti come ascensori, tunnel, sotterranei. Il trattamento è di norma un percorso psicoterapeutico cognitivo-comportale che si basa sull'utilizzo di tecniche appositamente studiate per questo tipo di disturbo.

La parola claustrofobia deriva dal termine latino claustrum che significa spazio piccolo, e dal termine greco phobos che vuol dire paura.

I soggetti affetti da claustrofobia hanno paura degli spazi ridotti, tendono ad evitarli e a non incappare in situazioni ad essi associati, in quanto potenzialmente in grado di scatenare panico e ansia. Si calcola che circa il 5% degli americani abbia avuto nella propria vita almeno un episodio claustrofobico.

I sintomi possono essere talvolta molto invalidanti, malgrado questo però sono pochi i soggetti che cercano un trattamento per eliminare i sintomi

Quali sono le cause?

Probabilmente la causa della claustrofobia è da ricercarsi in situazioni traumatiche dirette o indirette legate alla mancanza di spazio. Secondo alcuni esperti, invece, la claustrofobia potrebbe avere cause ereditarie.

Solitamente le cause sono da rintracciare nel passato del soggetto che soffre di claustrofobia. Esperienze infantili precoci sono spesso alla base di questa fobia, traumi che portano ad associare gli spazi ridotti a sensazioni di panico o di imminente pericolo.
Alcune di queste esperienze traumatiche possono includere:

  • essere intrappolato o confinato in uno spazio piccolo;
  • essere stato abusato o bullizzato durante l’infanzia o l’adolescenza;
  • essersi perso in un'area molto ampia;
  • avere un genitore che ha sofferto e soffre di claustrofobia.

Questa ipotesi è quella forse più studiata in ambito psicologico. L’ereditarietà del comportamento fobico deriverebbe  dall’osservazione del comportamento di un genitore o un altro adulto di riferimento, in risposta ad uno stimolo che genera ansia e paura. Osservando le reazioni di altri individui a determinati stimoli il bambino apprenderebbe lo stesso schema comportamentale sviluppando la stessa sintomatologia.

Quali sono i sintomi della claustrofobia?

I principali sintomi della claustrofobia sono:

Per chi soffre di claustrofobia l’ansia non è da ricollegare solo ed esclusivamente allo spazio in cui si trova, ma anche a cosa può accadere all’interno di questi spazi. La paura più grande per un soggetto claustrofobico è quella di rimanere senza ossigeno, idea sollecitata da spazi piccoli, angusti e con molte persone al loro interno.

Di seguito proponiamo alcuni esempi di spazi in grado di sollecitare reazioni claustrofobiche:

  • Ascensori 
  • Cantine
  • Metropolitane
  • Porte girevoli
  • Aeroplani
  • Spazi molto affollati
  • Alcuni dispositivi medici come gli scanner della risonanza magnetica
  • Stanze piccole o stanze prive di finestre

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi viene effettuata tramite colloquio clinico da uno psicologo o uno psichiatra. Durante un colloquio diagnostico al paziente viene richiesto di descrivere i sintomi che lo affliggono ed in particolar modo cosa scatena la reazione claustrofobica. Al colloquio clinico possono essere affiancate batterie di test e scale psicometriche, utili a stabilire la severità dei sintomi, le eventuali cause sottostanti la reazione fobica e il quadro diagnostico preciso

I criteri diagnostici, secondo il DSM 5, includono:

  • persistente ed eccessiva paura provocata dalla presenza o dall'anticipazione di una specifica situazione;
  • la risposta ansiosa allo stimolo può causare attacchi di panico negli adulti, mentre nei bambini solitamente si manifesta attraverso capricci, pianto incontrollato, agitazione motoria oppure immobilità;
  • il riconoscimento da parte del paziente adulto che le reazioni fobiche sono esagerate rispetto al reale pericolo o minaccia;
  • il soggetto fobico adotta sistematicamente misure di evitamento allo scopo di aggirare lo stimolo fobico.

Oltre ai criteri appena illustrati, ai fini diagnostici, è necessario che l’ansia provocata dagli spazi claustrofobici interferisca significativamente con le aree di vita del soggetto (quindi l’area lavorativa, scolastica o personale), inoltre i sintomi devono essere presenti da almeno sei mesi e non possono essere attribuiti ad altra condizione mentale (come disturbo ossessivo compulsivo o il disturbo post traumatico da stress).

Quali sono i trattamenti per la claustrofobia?

Se la claustrofobia non è associata ad altre fobie o disturbi psicologici può essere curata attraverso un percorso basato su tecniche terapeutiche di tipo cognitivo-comportamentale.

Come superarla?

Una volta ricevuta una diagnosi, è possibile pensare ai trattamenti:

  • La psicoterapia ad indirizzo cognitivo-comportamentale, il cui scopo è quello di gestire l’ansia e riallenare, attraverso un'esposizione graduale allo stimolo fobico, la mente del paziente in modo tale che non abbia più paura di ciò che scatena le reazioni fobiche.
  • La terapia farmacologica: solitamente, congiuntamente al percorso psicologico, vengono prescritti farmaci antidepressivi o ansiolitici, per aiutare il soggetto a tenere a bada i sintomi.
  • Le tecniche di rilassamento: la meditazione e il controllo dei muscoli respiratori si sono rivelati particolarmente utili nella gestione e nella riduzione dei sintomi ansiosi. 

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